Violenza di genere <br> Perone Francesca

Violenza di genere
Perone Francesca

Abstract: Negli ultimi dieci anni, si è registrato un aumento massiccio del fenomeno della violenza di genere: tutte quelle forme di violenza: psicologica, fisica, sessuale, inclusi atti persecutori chiamati stalking, stupro, fino al femminicidio, che colpiscono un vasto numero di persone discriminate in base al sesso. Le istituzioni, notando l’aumento rapido di violenza domestica, femminicidi e maltrattamenti sulle donne, si sono recentemente mobilitate con un impegno notevole, che si è tradotto in azioni per contrastare il fenomeno, anche attraverso novità nel campo legislativo. Per dare impulso agli attori istituzionali e ai politici che hanno contribuito a livello internazionale a mettere in atto azioni di contrasto, sono stati promossi anche numerosi studi da parte di esperti nei campi sociali, psicologici e criminologici riguardo alla forma mentis dei perpetratori, allo studio dei determinanti psicosociali del fenomeno e allo sviluppo di strategie da mettere in atto per prevenire e contenere, se non sconfiggere, l’uso e l’abuso di comportamenti violenti. Questo articolo esamina le caratteristiche psicosociali di perpetratori e vittime. I primi sembrano essere caratterizzati, a livello macrosociale, da: relazioni disfunzionali nella famiglia di origine; abuso di alcol e/o sostanze; stress cronico; scarsi reti di supporto sociale; disoccupazione; e esperienze vissute durante l’infanzia, come testimonianze di scene di violenza domestica o esperienze di molestia fisica e sessuale. A un livello più profondo, invece, entrano in gioco motivazioni legate alla storia individuale, che lo hanno portato a sviluppare uno stile relazionale calibrato su ambizioni di potere, generando un’instabilità pericolosa nelle relazioni, e questioni storiche riguardanti l’emancipazione femminile e la conseguente destabilizzazione delle relazioni uomo-donna. Per quanto riguarda la vittima, invece, a scatenare la scelta inconscia di un partner che si rivelerà fisicamente o psicologicamente violento, concorrono fattori come: carenze affettive; insicurezza e bassa autostima; bisogno di approvazione; e esperienze familiari passate che hanno inciso sulla sua personalità, portandola ad avere l’abitudine di essere manipolata, disconfermata e anche maltrattata. Spesso, in queste persone si genera anche il fenomeno dell’impotenza appresa, che le rende fondamentalmente incapaci di difendersi o ribellarsi a ciò che hanno subito, rivivendo inconsciamente la propensione dell’aggressore a abusare di loro. La configurazione psicologica della vittima, inoltre, non solo sembra spesso caratterizzata da gravi insicurezze di base e percorsi esistenziali segnati da svalutazioni nelle sfere familiare e lavorativa, ma appare anche essere oggetto di quel fiume sotterraneo che da secoli ha silenziosamente ma in modo impressionante attraversato la vita psichica delle donne, considerate e auto-considerate come una sorta di strumento nelle mani degli uomini.

Keyword: violenza, maltrattamento, potere, aggressione, gaslighting, genere, perpetratore, vittima.

Introduzione

Con l’espressione violenza di genere si indicano tutte quelle forme di violenza: psicologica, fisica, sessuale, includendo anche atti persecutori del cosiddetto stalking, stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al sesso. L’articolo 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne recita infatti: E’ “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà[1].

Nel corso degli ultimi dieci anni, si è assistito ad un massiccio incremento del fenomeno. In base ai dati ISTAT (cfr. tab 1 e 2) “il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila)”[2]. Tale report, se considerata una vasta zona d’ombra che sfugge alle statistiche, appare quantomai allarmante; con frequenza quasi quotidiana si viene a conoscenza, tramite i media, di episodi di violenza di genere in ogni parte del mondo, non ultima l’Italia. Tali vicende esemplificano ciò che appare ormai evidente all’opinione pubblica: sul piano di quella che Jung chiamerebbe “coscienza collettiva” il tema della violenza di genere si sta costellando con forza, configurando la necessità di generare un nuovo assetto socio-culturale.

Proprio all’inizio di quest’anno si è definito l’esito di un Tavolo Tecnico costituito su iniziativa del Tribunale Ordinario di Roma, Prima Sezione Civile, a cui hanno preso parte delegati dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, dell’Ordine degli Avvocati, dell’Ordine dei Medici di Roma, di alcune Associazioni che si occupano di tutela contro la violenza di genere. Da questa estesa collaborazione sono nate le linee guida per la consulenza tecnica d’ufficio nei procedimenti in materia di famiglia e minori con importanti specifiche che riguardano i casi interessati da condotte violente.

Le istituzioni, constatato il rapido incremento di femminicidi e maltrattamenti nei confronti delle donne, hanno di recente mobilitato un oneroso carico di energie, confluite in azioni atte a contrastare il fenomeno, ivi incluse novità in campo legislativo. E’ infatti nata una nuova cultura giuridica, più sensibile ed attenta, che ha introdotto la legge contro la violenza sessuale (L. 66/1996), la legge contro la pedofilia (L. 259/1998), le due leggi in tema di allontanamento del familiare violento da casa (L. 149/2001) e di ordini di protezione. A partire dalla Convenzione di Istanbul (2011), primo strumento internazionale giuridicamente vincolante “Sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica”, aggiornata nel 2019 con la legge n. 69 in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, la normativa contro la violenza di genere persegue tre obiettivi principali:

  1. prevenire i reati,
  2. punire i colpevoli,
  3. proteggere le vittime.

Con l’introduzione nel 2009 del reato di atti persecutori-stalking, che si esplicano in ogni atteggiamento violento e persecutorio e che costringono la vittima a cambiare la propria condotta di vita, fino alla L. 119/2013 sulle “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”, risultano poi ancora una volta rafforzati sia la tutela giudiziaria, sia il sostegno alle vittime.

Nell’ambito del fenomeno “Violenza di genere”, la violenza domestica appare la più ampiamente rappresentata a livello statistico, negli ultimi anni. In base alla banca dati della Polizia di Stato, infatti, nel 2023 in Italia, “le richieste di aiuto e intervento per episodi di violenza domestica o di genere subita dalle donne sono state 13.793. Nell’ambito degli interventi classificati come presunte violenze domestiche/di genere nei quali la presunta vittima è di sesso femminile, solo nell’1,5% dei casi l’autore risulta sconosciuto alla vittima. Di contro, nel 61,5% dei casi l’autore risulta legato alla vittima da una relazione di tipo sentimentale, attuale o pregressa (in particolare: nel 43,2% dei casi il coniuge/convivente o ex; nel 18,3% dei casi il partner o ex). Nell’ambito di tali violenze operate nei confronti della donna da parte di autori legati da relazioni di tipo sentimentale, sussistenti o terminate, in due casi su cinque (42%) risultano essere presenti minori coabitanti”[3].

Ad offrire impulso agli attori istituzionali ed ai personaggi politici che hanno contribuito, a livello internazionale, a mettere in campo azioni volte a contrastare il fenomeno, sono stati non solo i dati allarmanti in merito all’ampiezza e gravità degli atti di violenza sin qui delineati, ma anche alcuni studi promossi da esperti nel settore sociale, psicologico e criminologico in merito alla forma mentis degli autori di reato, che negli ultimi anni si sono resi colpevoli di atti di violenza di genere, ed ai correlati storico-sociali di azioni efferate nei confronti di altri esseri umani. Benché infatti più che in altre casistiche esista una vasta zona d’ombra a livello statistico, causata prevalentemente dal rifiuto, da parte delle vittime, di sporgere denuncia, il fenomeno è divenuto talmente vistoso agli occhi dell’opinione pubblica, da far nascere associazioni e fondazioni interamente dedite allo studio ed all’analisi delle determinati psicosociali del fenomeno ed all’elaborazione di strategie da mettere in atto allo scopo di prevenire ed arginare, se non sconfiggere, l’uso e l’abuso di comportamenti violenti.

Il carnefice:

Cosa spinge un individuo ad adottare comportamenti violenti nei confronti di un altro individuo? Spesso non solo il profano, ma anche il professionista, lo studioso o l’esperto vede bloccata la propria ideazione di fronte a questo interrogativo, poiché sopravviene l’orrore. Chi di noi è esente da una qualsivoglia forma di giudizio morale nei confronti di chi aggredisce, maltratta, stupra o perseguita un suo simile? Eppure è doveroso, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, tentare di offrire risposte valide e fornire interpretazioni plausibili onde intraprendere azioni adeguate per ridurre al minimo gli episodi ai quali ormai quasi quotidianamente assistiamo.

Il panorama scientifico sul fronte della psicopatologia, per mano di studiosi e professionisti, tenta di fare la sua parte da un lato in campo clinico-sperimentale, dall’altro componendo un puzzle di conoscenze provenienti da vari settore dello scibile umano (sociologia, psicologia, filosofia, medicina, criminologia e pedagogia) onde pervenire ad un esaustivo quadro circa la forma mentis di chi commette questo genere di azioni. Per quanto concerne i profili psicologici e fattori di rischio degli uomini violenti in ambito domestico, in base ai dati UNICEF del 2000 I principali elementi che caratterizzano gli uomini che esercitano violenza in ambito domestico risultano essere i seguenti:

  • relazioni disfunzionali nella famiglia d’origine
  • abuso di alcol e/o sostanze stupefacenti;
  • stress cronico;
  • scarse reti di sostegno sociale;
  • disoccupazione, con scarso senso di controllo finanziario della famiglia o, al contrario, la totale dipendenza economica da parte della partner;
  • esperienze avute durante l’infanzia, come l’aver assistito a scene di violenza domestica o aver subito vessazioni fisiche e sessuali. I figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne, interiorizzando la violenza come modalità plausibile e giustificabile di risolvere i conflitti.

In uno studio più approfondito di Di Rosa (2017), compare una ulteriore classificazione nell’ambito della violenza domestica. L’autrice, basandosi su studi e statistiche internazionali, ha individuato tre tipologie di uomini violenti, sulla base di tre dimensioni descrittive: gravità e frequenza del maltrattamento, tipologia e genericità della violenza, ivi inclusa quella esercitata al di fuori dell’ambito domestico e psicopatologia/disturbi di personalità. Per ogni tipologia sono stimate anche le possibilità di riuscita dei trattamenti psicologici.

– “Family only-batterer”: gli uomini che appartengono a questa tipologia non sono quasi mai violenti al di fuori del contesto familiare e pertanto non manifestano pubblicamente comportamenti perseguibili penalmente. Limitano i loro atti di violenza alla famiglia e agiscono a seconda della situazione; la frequenza e la gravità degli atti che commettono è piuttosto contenuta. Dimostrano scarse competenze sociali nella relazione, sopportano con difficoltà lo stress e non sono inclini ad esprimere le proprie emozioni. Tendono inoltre ad evitare i conflitti e soffrono di rado di problemi legati al consumo di alcol o di droga. Quando ricorrono alla violenza, apparentemente se ne pentono e soffrono per il comportamento adottato. All’anamnesi emerge un vissuto piuttosto lineare: da bambini sono stati raramente vittime di violenza. In genere, inoltre, nutrono un giudizio piuttosto severo sui comportamenti violenti. In questi casi, afferma l’autrice, la terapia familiare ha buone probabilità di successo e un basso tasso di recidiva;

– “Dysphoric/borderline-batterer”: gli uomini classificati in questa tipologia ricorrono alla violenza per esercitare il proprio potere e mantenere il controllo sul contesto, nell’ambito delle relazioni, vissute in maniera verticale. Sono caratterizzati da una personalità instabile; a dispetto dell’apparenza patiscono profondi sentimenti di paura e transitori, ma intensi, stati depressivi; a volte soffrono di problemi dovuti al consumo di alcol e droghe. Questi soggetti presentano un comportamento ambivalente nei confronti della vittima e manifestano dipendenza dai rapporti sentimentali, che però non riconoscono e rifuggono tramite acting-out volti a palesare in maniera inequivocabile di essere la persona che detiene il potere all’interno delle relazioni. Esercitano violenze più gravi rispetto agli aggressori della tipologia “Family only-batterer” e possono manifestare comportamenti violenti e penalmente rilevanti anche all’esterno della famiglia. Diversamente dalla prima tipologia, i tipi disforico/borderline presentano più spesso ideazioni misoginiche e si mostrano in generale favorevoli all’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti. Rispondono bene alle terapie, specialmente se focalizzate sull’elaborazione del loro vissuto di violenza;

– “Generally violent/antisocial-batterer”: in questa tipologia rientrano gli uomini violenti in ogni genere di contesto e manifestano tratti antisociali; presentano un elevato potenziale di violenza in vari contesti e compiono abusi in diverse costellazioni relazionali. Spesso questi individui hanno precedenti penali ed esercitano gravi violenze all’interno del rapporto di coppia: per loro il maltrattamento è uno strumento per conservare il potere, si dimostrano ostili nei confronti delle donne e hanno una visione rigida della sessualità. Possono essere estremamente manipolatori e carismatici; mancano totalmente di empatia e di competenze sociali e spesso hanno problemi legati al consumo di alcol e sostanze stupefacenti. Non dimostrano mai o solo raramente, per lo più a scopi strumentali, segni di pentimento; non palesano rimorso per la violenza commessa e non se ne assumono le responsabilità. Spesso durante l’infanzia o l’adolescenza sono stati vittime o testimoni di maltrattamenti, incarnando una dinamica ritorsiva nei confronti della società, che applicano indifferentemente nei confronti di chiunque capiti sotto la loro sfera socio-relazionale; in generale coltivano l’idea che la società abbia contratto un debito con loro, per il quale meritano giusta ricompensa e, in caso di frustrazione, adeguata vendetta. Tale tipologia di uomini violenti reagisce male alle terapie e tende alla recidiva: in questi casi è consigliabile che vengano evitati gli incontri tra l’aggressore e la vittima[4]. Nonostante infatti la riforma Cartabia[5], che implica la possibilità di accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento, su base volontaria e con il consenso libero e informato della vittima e dell’autore, oltre che dell’assenso del giudice e che prevede un’intensificazione del ricorso alla mediazione penale, in questi casi il Giudice, coadiuvato dai servizi sociali, è chiamato a valutare attentamente l’eventualità di incontri carnefice/vittima, sia nell’ordine della effettiva messa in discussione di norma non effettuata genuinamente da questo genere di reo, sia per l’eventuale nocumento ricavato dalla vittima nella spiacevole eventualità di trovarsi di fronte a chi ha commesso l’illecito.

Esistono anche alcune determinanti storico-sociali, che non possono essere trascurate nell’analisi del fenomeno “violenza di genere”. La storia del secolo scorso, preceduta da oltre duemila anni di sottomissione al patriarcato da parte della donna, ci insegna che a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, sulla scorta delle rivendicazioni sociali e politiche che hanno dato luogo al composito movimento noto come “femminismo”, le donne hanno conseguito un iniziale, ma progressivo, cambiamento verso la parità dei sessi. Il primo traguardo importante è stato il conseguimento del diritto di voto per il quale si batterono le suffragette; altri passi sono stati condizionati da vicende belliche: in seguito ai conflitti mondiali le donne, che avevano rimpiazzato nei posti di lavoro i molti uomini mandati al fronte, ottennero maggiori ruoli in società e possibilità lavorative fuori dalla famiglia. Questo dato ha messo l’intera società nella condizione di constatare che le donne, al pari degli uomini, erano in grado di svolgere lavori non solo domestici, ma pure in quei settori in cui fossero richiesti titoli di studio e conoscenze tecniche di livello elevato. Pertanto, come approfondito da quella corrente di studi denominata “Women’s Studies”, così come documentato da A. Taronna (2004), uomini e donne hanno potuto constatare che il sesso biologico non si configura come fattore pre-determinante che modella l’identità sociale o i diritti sociopolitici ed economici della persona. Il raggiungimento della parità di diritti da parte della donna, però, ha generato più di un equivoco in merito alla parità di ruoli ed ancora oggi si assiste ad uno sforzo, da parte delle donne, di applicarsi sia in compiti tipicamente femminili, per questioni biologiche, come avere figli, sia in mansioni più tipiche dell’uomo, con pesanti ricadute sulla propria vita quotidiana e sulle relazioni interpersonali. La risposta rivoluzionaria femminile all’oppressione sessista maschile, in sostanza, se da un lato è servita alla donna per conquistare una nuova dignità sociale, ma in alcune sue manifestazioni ha fatto pendere il braccio della bilancia dall’altra parte, dove, paradossalmente, il femminile si è oscurato accaparrandosi il fallicismo del patriarcato antecedente e trasformando la donna in un’amazzone moderna; una virago efficientissima, ma sofferente, perennemente stanca e profondamente sola.

Questo cambiamento di prospettiva ha avuto inevitabili ripercussioni anche nella psicologia maschile: l’uomo, destabilizzato dal repentino cambiamento dei parametri patriarcali a cui era avvezzo, ha vissuto come minacciosa la rivalsa femminile che lo vedeva defraudato del potere derivante dal ruolo di supremazia reiterato per millenni ed ha reagito in diversi modi. In ambienti culturalmente elevati, in famiglie che possono contare su un livello di istruzione rilevante, l’uomo, conoscendo il percorso storico che ha caratterizzato l’emancipazione femminile, vede la donna come un essere con cui intrattenere finalmente un rapporto paritario, orizzontale, liberato dalla verticalità di una relazione vissuta come un costante esercizio di potere, che presumibilmente vive come stimolante, anche a livello sentimentale e sessuale. Laddove invece l’uomo resti tradizionalmente legato a precetti antistorici di inferiorità connaturata dell’altro sesso, vive come una sfida o come scomodo intralcio alla propria libera espressione la libertà femminile, che si esprime anche nella risoluzione di rompere il legame, quando non gradito, in quanto non macchiato dal timbro della dipendenza economica e della necessità di appartenere all’altro. La mancata accettazione dell’eventualità di essere lasciato, infatti, rappresenta spesso il movente principale di maltrattamento e femminicidi.

Le forme della violenza:

Benché il fenomeno estremo del femminicidio desti allarme sociale e “rubi” visibilità ad altri fenomeni, molteplici sono le forme che la violenza, il maltrattamento e l’abuso possono assumere all’interno di una relazione patologica, nella quale alcuni tratti di aggressività, inizialmente sotto soglia, possono assumere la forma e le dimensioni di un processo assai più pericoloso fino a sfociare in agiti dall’esito fatale. Quando si parla di violenza, infatti,  si pensa subito ad un’aggressione di tipo fisico o sessuale, ma la manipolazione emotiva e la violenza psicologica, ad esempio, sono forme di abuso poco vistose, ma non per questo meno impattanti sulla salute mentale di chi le subisce.

La violenza psicologica consiste in una serie di pattern comportamentali, volti a portare l’altro ad agire contro la propria volontà. Si manifesta principalmente con insulti, minacce e intimidazioni ed è riscontrabile in diversi contesti, verificandosi spesso anche all’interno di relazioni affettive, quando un partner, o ex-partner, mette in atto comportamenti di abuso psicologico ed emotivo; si manifesta attraverso comportamenti di controllo, isolamento ed umiliazione, gestita servendosi spesso anche della manipolazione emotiva, un processo che punta a spingere l’altro ad assumere determinati comportamenti o credenze. La manipolazione emotiva si manifesta spesso attraverso uno stile di comunicazione passivo-aggressivo, dove non è esplicitata la propria volontà in modo chiaro e diretto, ma vengono usati toni allusivi, ironici o sarcastici, che fanno leva sul ricatto emotivo e sul senso di colpa o di responsabilità altrui. Questa modalità mira a controllare e influenzare le emozioni, i pensieri o i comportamenti dell’interlocutore, senza che le proprie intenzioni vengano esplicitate; anzi spesso vengono deliberatamente nascoste dietro ad uno schermo di lusinghe o gesti accoglienti. Chi subisce manipolazione emotiva può provare insicurezza e confusione, arrivando perfino a mettere in dubbio la propria credibilità. La sottesa velleità di potere e di controllo sull’altra persona, viene costantemente alimentata da dinamiche relazionali di narcisismo, da parte del carnefice e di dipendenza depressiva da parte della vittima. Il controllo viene esercitato tramite strategie comportamentali che hanno l’effetto di un totale depauperamento sull’autodeterminazione della vittima. Il carnefice punta a controllare il tempo, gli spazi, le reti sociali, gli spostamenti della persona, comprendendo spesso, settori della vita personale soggettivi quali l’alimentazione, gli abiti da indossare ed i luoghi da frequentare; ha la tendenza a dare ordini su ciò che è giusto fare nei diversi ambiti di vita, dimostrando delusione o anche esplosioni di rabbia in caso di scelte non conformi a quanto suggerito; oppure mimate crisi depressive denotanti profonda insoddisfazione, come a voler dimostrare che l’altro non ama abbastanza in quanto non segue gli adeguati suggerimenti offerti. La vittima, di conseguenza, risulta sempre più isolata dalle reti amicali, parentali e sociali poiché non sufficientemente vagliabili. Un mezzo di controllo dell’altro, estremamente efficace, è l’umiliazione: l’operato e i risultati ottenuti da chi subisce violenza psicologica vengono costantemente svalutati con commenti negativi, ironia o insulti espliciti alla persona, che spesso hanno luogo in pubblico. Anche attribuire alla vittima la causa dei propri sentimenti spiacevoli è un mezzo di controllo, in quanto induce nell’altro un senso di colpa sottile e costante, spesso accompagnato da uno stato di ansia che si innesca come conseguenza, che induce la vittima a tentare, senza riuscire, di porre rimedio al proprio comportamento insoddisfacente per il partner. La manipolazione emotiva così messa in atto non viene mai coscientizzata dall’aggressore, il quale, se messo di fronte all’evidenza del proprio atteggiamento, è pronto a negare e contro-accusare l’altro di volerlo diffamare e svalutare.

Gaslighting

Un genere di abuso psicologico, con meccanismo di negazione tipico, appare essere quello del “gaslighting”. Il significato del termine gaslighting fa riferimento a una forma di abuso e di manipolazione psicologica agita nei confronti di una persona, al fine di farla dubitare di sé stessa, della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. Il termine trae origine dal film di George Cukor Gas Light, in cui viene raccontata la storia di Paula (Ingrid Bergman) e del marito Gregory (Charles Boyer), che si impegna a farle credere di essere pazza impossessandosi di alcuni gioielli di famiglia senza che lei se ne accorga, utilizzando come strategia quella di alterare le luci della lampada a gas della casa in cui vivono. Nel momento in cui la moglie si accorge del calo di intensità della luce, il marito le fa credere che tutto dipenda della sua immaginazione, portandola a dubitare di sé stessa, dei suoi giudizi di realtà e spingendola a credere di stare impazzendo. Il gaslighting è considerato una forma di violenza psicologica che non si basa su agiti impulsivi o rabbia espressa, ma rappresenta piuttosto una forma di violenza insidiosa, subdola e nascosta, caratterizzata da asserzioni e constatazioni false messe in atto dall’abusatore e presentate alla vittima come verità, con lo scopo di porla in una posizione di dipendenza psicologica e fisica. La modalità di azione del gaslighter appare “…difficilmente individuabile: … si insinua, si consuma tra le ‘sicure’ mura domestiche destabilizzando l’ignara vittima, che non comprendendo gli accadimenti colpevolizza sé stessa”[6] La violenza psicologica, in questo caso, viene messa in atto dall’abusatore allo scopo di ledere l’autonomia, la capacità di decision making e di valutazione della vittima, per assumerne il pieno controllo. Questa costante esposizione a comportamenti psicologicamente violenti, ma silenti, porta la vittima ad una sensazione di impotenza e sopraffazione, che la rende sempre più dipendente dall’aggressore e vede minato il proprio senso di identità e la propria autostima.

Il soggetto agisce utilizzando le seguenti strategie:

  • svalutazione: per manipolare la vittima, il gaslighter utilizza inizialmente una sottile ironia, per poi passare a criticare e screditare apertamente l’altro, minandone l’autostima. Insinua dubbi sulla moralità, sull’intelligenza e sull’onestà, andando a colpire i punti di riferimento affettivi della vittima, per condurla progressivamente all’isolamento;
  • condizionamento: il gaslighter utilizza il rinforzo positivo (come parole d’affetto, elogi, cenni di stima) ogni qual volta la vittima appare sul punto di crollare o quando asseconda le sue richieste, mettendo in atto una manipolazione affettiva orientata ad ingenerare un atteggiamento di totale soggezione nella vittima;
  • negazione: il manipolatore affettivo può negare la realtà, affermando come la vittima abbia una cattiva memoria, o come ciò che dice sia frutto della sua immaginazione
  • dirottamento: il gaslighter attacca la vittima quando si sente messo alle strette, spostando il focus dell’attenzione su argomenti differenti rispetto al punto iniziale della discussione, mettendo così la vittima nella posizione di difendersi da nuove accuse. Paradossalmente, in questo modo, la vittima finisce con il giustificarsi per qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’iniziale argomentazione apportata al fine di “stanare” il gaslighter e difendendosi per qualcosa che non era oggetto di discussione;
  • silenzio manipolatorio: il gaslighter utilizza come strategia preferenziale il silenzio, che consiste nel mancato riconoscimento della vittima, sulla base di richieste e pretese disattese. L’abusatore finisce con il rifiutare ogni forma di comunicazione, utilizzando tale strategia come metodo di punizione. La vittima avrà la tendenza ad assumersi tutte le responsabilità e si scuserà per il comportamento messo in atto, sottomettendosi ancora una volta al suo carnefice.

Il gaslighter è stato classificato anche in base a diverse tipologie incarnate:

  • il “glamour” gaslighter, che controlla la vittima prevalentemente adulandola;
  • il gaslighter “bravo ragazzo”: il narcisista “covert” che tenta di mantenere un’immagine positiva di sé stesso, mostrando un finto interesse nei confronti dell’altro, ma soddisfacendo in realtà i propri bisogni;
  • il gaslighter “intimidatorio”, che appare critico e sprezzante; agisce spesso inducendo nella vittima sentimenti di disperazione e impotenza.

Paradossalmente, all’aumentare dei comportamenti manipolatori ed intimidatori del gaslighter, diminuisce la capacità di discernimento della vittima, la quale si trova a vivere la coppia come condizione unica, indispensabile e necessaria per confermare il proprio valore.

La vittima

In base ai dati raccolti dagli esperti nel settore che incontrano l’utenza presso i presidi deputati al soccorso ed al trattamento della vittima, si apprende che spesso costei è tale a causa di una originaria debolezza dell’Io, che la induce a mantenere, per mera sopravvivenza, un atteggiamento anaclitico nei confronti del carnefice. All’anamnesi è possibile rintracciare, nel percorso esistenziale delle vittime di reati violenti, alcune caratteristiche ricorrenti:

  1. Carenze affettive: quando un soggetto patisce una mancanza di affetto nelle relazioni primarie, non ha dimestichezza con il linguaggio affettivo, pertanto il proprio bisogno di sentirsi amato e rassicurato, non accolto durante l’età evolutiva, si attiva senza capacità di discernimento in merito alla tipologia psichica e relazionale di chi incontra. Questo soggetto risulta più di altri facilmente manipolabile e passibile di violenza, specie nel caso del gaslighting, in cui manca l’agito fisico. L’intento del carnefice viene mal interpretato e distorto: la vittima interpreta le azioni intraprese allo scopo di creare nell’altro uno stato di passiva sudditanza come manifestazione di amore, affetto e genuino interesse.
  2. Insicurezza e bassa autostima: poiché la componente centrale della manipolazione affettiva è ingenerare nella vittima un dubbio in merito al proprio valore, per mantenerne il controllo, coloro che già nutrono dubbi su sé stessi, per via di insicurezze di base radicate nel profondo, sono più vulnerabili a questo meccanismo;
  3. Bisogno di approvazione: come logica conseguenza delle prime due, questa vulnerabilità emotiva può portare chi ne soffre a cedere a manipolazioni, anche a costo di mettere in discussione la propria percezione della realtà. Incapace di offrire a sé stessa un’immagine di sé sufficientemente forte e stabile, la vittima si appoggia alla concezione che ha l’altro di lei ed è portata a credergli, anche in presenza di segnali inequivocabili, provenienti dall’interno e dall’esterno, circa la sussistenza di caratteristiche positive, del tutto difformi dalle critiche, gli insulti e le umiliazioni proposte dal carnefice.

Come detto, inoltre, è possibile che la persona in questione abbia già sperimentato in passato manipolazioni di questo tipo proprio all’interno di un contesto familiare deprivante e sconfermante; pertanto, la tendenza a convivere con le tattiche e le strategie sopra menzionate può configurarsi come un’abitudine che può essere fatta risalire alla storia personale del soggetto.

A questo proposito è utile rammentare le ricerche di Mary Ainsworth e John Bowlby[7], che nel tentativo di delineare le determinanti psicologiche e relazionali di diversi assetti psicopatologici, hanno potuto notare come il comportamento di attaccamento sicuro, osservato tra la madre e il suo bambino, oltre a fornire protezione al piccolo, serva a costituire una “base sicura” a cui il bambino possa ritornare nelle fasi di esplorazione dell’ambiente circostante. Questa “base sicura” permette così di promuovere nel bambino un senso di fiducia in sé stesso, favorendone progressivamente l’autonomia.

In conseguenza alla “normalità” o della patologia dell’assetto psicologico genitoriale, si stabiliscono nel bambino differenti stili di attaccamento, osservato dagli autori durante il noto esperimento “strange situation”[8]:

Il terzo stile, quello insicuro-ambivalente, è quello che diverrà progressivamente generatore di legami caratterizzati da ansia e preoccupazione. Nel bambino caratterizzato da questa configurazione relazionale, infatti, è presente l’ansia da abbandono, essendo la minaccia preferita dalle figure accudenti, anche quando non esplicita: “Se non fai ciò che ti dico ti abbandono”. Il bambino si percepirà come persona da amare in maniera discontinua e sentirà che la certezza di essere amato dipende strettamente dalla sua ubbidienza ai precetti genitoriali, anche in merito al suo permanere in uno stato di eterna dipendenza. Lo stile di attaccamento del bambino sarà predittore del successivo stile relazionale e di tutte le difficoltà che potrebbe patire, da adulto, nel confronto con l’altro. L’adulto che ha messo in atto tale stile di attaccamento in età evolutiva, sarà più soggetto a rinnovare scelte relazionali improntate su una strategia relazionale orientata all’evitamento dell’angoscia abbandonica di base, non avendo la possibilità di fondare il rapporto su uno scambio alla pari con il partner. Il timore di essere lasciato, unito alle insicurezze di base consequenziali alla relazione con un genitore che non ha potuto offrire all’infante la sensazione di poter fare riscorso a lui come “base sicura”, da introiettare onde generare in sé stesso un senso di continuità e stabilità, creano nel soggetto un “humus” fertile per una scelta relazionale in cui il partner funga da supporto per la sicurezza in sé stesso e nei confronti del quale verrà probabilmente sviluppata una dipendenza affettiva.

Laddove poi il partner, a causa di personali problematiche psicologiche e relazionali, oltre alle citate problematicità di carattere storico-sociale, nutra l’esigenza di mantenere un rapporto di superiorità e possesso con l’altro, il soggetto si troverà intrappolato in una dinamica in cui può essere facilmente abusato, manipolato e maltrattato senza quasi rendersene conto e con la sensazione di meritare, in fondo, quel genere di trattamento.

Più l’insicurezza di base è radicata nel passato, a partire dalle relazioni primarie, più la vittima sarà portata ad effettuare una scelta inconscia orientata verso partner narcisisti, estremamente sicuri di sé e bisognosi di una relazione riflettente, in cui l’altro non manifesti bisogni propri, ma si limiti a soddisfare quelli del soggetto. Il tono depressivo soggiacente alla forma mentis di una persona che non ha potuto beneficiare di una coppia genitoriale efficace, che ha risposto adeguatamente ai bisogni di riconoscimento, contenimento affettivo e sicurezza, la induce non solo ad accettare di essere costantemente eterodiretta dall’altro, ma anche a scegliere attivamente come partner una persona che le indicherà come condurre la propria esistenza, pronta a criticarla, se non umiliarla ed eventualmente colpirla, psicologicamente e fisicamente, se non si atterrà al modus vivendi stabilito.

Le dinamiche interiori che rendono la vittima tale, recano in sé alcuni correlati rintracciabili nella configurazione relazionale in cui sia presente una forma di violenza di genere, come ad esempio “l’impotenza appresa”.

Impotenza appresa

Tale concetto è stato coniato da Seligman nel 1975, a seguito di studi ed esperimenti di laboratorio iniziati nel 1967; indica una condizione in cui un soggetto può apprendere di non aver controllo su ciò che gli accade in alcune situazioni ed adattarsi alla condizione sgradevole. Per i suoi esperimenti l’autore utilizzò come cavie due cani: pose il primo in una gabbia in cui venivano erogate scosse elettriche che l’animale non aveva modo di interrompere; il secondo invece venne messo in una gabbia in cui l’animale poteva evitare le scosse premendo una leva. Il secondo cane imparò, dopo vari tentativi, a far cessare le scosse elettriche, mentre il primo si adattò alla situazione di sofferenza. Successivamente, Seligman mise i due cani in due nuove gabbie uguali, divise a metà: da una parte venivano erogate le scosse elettriche, nell’altra no. Il cane che aveva avuto la possibilità di imparare a far cessare le scosse, comprese subito che saltando dalla parte opposta della gabbia era possibile evitare le scosse. L’altro, di converso, non provava nemmeno a saltare dall’altra parte; non cercava nessuna via di fuga dalle scosse elettriche, accettando la situazione di sofferenza senza reagire, mostrandosi totalmente impotente (Seligman, 1972).

Dopo questo studio in laboratorio sugli animali, il concetto di impotenza appresa è stato studiato anche sui soggetti umani: in un secondo esperimento (Hiroto & Seligman, 1975) alcuni studenti venivano posti all’interno di una stanza in cui veniva emesso un rumore abbastanza forte da infastidire tutti gli astanti. All’interno di questa stanza erano presenti alcune manopole, che i soggetti cercarono di utilizzare per far cessare il rumore, ma senza sortire alcun effetto. In un secondo momento, i soggetti furono trasferiti all’interno di un’altra stanza in cui vi era lo stesso rumore assordante, ma, in questo caso, era possibile utilizzare le manopole per interrompere il forte rumore. La maggior parte di questi studenti non provò neanche ad utilizzare le manopole: questi individui, infatti, avevano appreso che non era possibile sfuggire da questa situazione spiacevole. Secondo Seligman, questo meccanismo induce le persone ad accettare una situazione negativa senza cercare di migliorarla: restano ancorate alla convinzione che ogni tentativo sia inefficace. Come conseguenza l’impotenza appresa riduce l’autostima e può condurre il soggetto ad esiti depressivi. I soggetti che spiegano gli eventi negativi in termini di cause interne, stabili e globali, saranno più inclini a sviluppare un disturbo depressivo e a reagire agli eventi negativi con uno schema maladattivo di impotenza appresa (Peterson & Seligman, 1987). Allo stesso modo le vittime di violenza posso adattarsi alla situazione di soggezione alla condotta violenza del partner senza reagire, nella convinzione che la situazione non possa cambiare, che in fondo lui si comporta in questo modo perché è lei ad indurlo o nella convinzione autoindotta che anche altri partner si comporterebbero con lei allo stesso modo. Un’altra autrice, Leonore Walker (1984), ha formulato il concetto di “sindrome della donna percossa”, la quale, a causa della citata impotenza appresa, patisce sintomi simili a quelli riscontrabili nel disturbo post-traumatico da stress e non mette in atto strategie di coping per interrompere una relazione violenta.

Altri fattori che possono aumentare il rischio di divenire vittime di una relazione violenta, sono:

  1. relazioni disfunzionali nella famiglia d’origine;
  2. dipendenza da alcol e/o sostanze stupefacenti nelle figure di accudimento;
  3. maltrattamento o abuso in età minore;
  4. modelli socio-educativi mirati alla sottomissione. I bambini che assistono ai maltrattamenti tra i genitori dei genitori, hanno maggiori probabilità di accettare la violenza come la norma in un matrimonio rispetto a quelle che provengono da famiglie non violente.

In età adulta, altri fattori di rischio sono la scarsa indipendenza economica di un soggetto rispetto al partner (più spesso della donna nei confronti dell’uomo) e l’isolamento sociale, quest’ultimo inteso come un’assenza di reti sociali, sia informali (famiglia e vicini di casa) che formali (organizzazioni della comunità, gruppi di sostegno, affiliazione a partiti politici).

A partire da questa configurazione psicologica di base si instaura un legame traumatico ed è plausibile che si instauri nella coppia carnefice/vittima anche la dinamica denominata sindrome di Stoccolma, ovvero l’induzione nella vittima di un modello disfunzionale che la porti a mantenere un equilibrio durante l’esposizione ad un trauma; si tratta di un meccanismo di coping, un processo di continuo riadattamento psicologico della vittima, che per affrontare l’abuso prova un sentimento positivo per il suo carnefice, nonostante i maltrattamenti e le violenze. Tali elementi che, nei soggetti vittime di violenza, fungono da facilitatori e generano una situazione autoriverberante in cui il fenomeno non può essere riconosciuto come tale, quindi non può essere né prevenuto, né bloccato da parte della vittima.

Al di là di questioni prettamente individuali e familiari, che caratterizzano la vittima di abusi, è possibile rintracciare la presenza di dettami matriarcali, che hanno indotto la donna ad accettare e sponsorizzare per secoli il proprio ruolo di scomoda, ma per altri versi vantaggiosa sudditanza dall’uomo il quale, sotto l’egida di velleità patriarcali di potere e dominio, ha nutrito una concezione dell’altro sesso non come complementare alla propria essenza, ma come funzione per ottenere soddisfazioni di stampo materiale. In base agli studi di A. Grassi e S. Berivi (2018), infatti, esiste un sotterraneo fenomeno che emerge nel quotidiano lavoro clinico di molti psicoterapeuti: “innumerevoli ferali spire che le madri tessono intorno ai loro figli in forma nascosta, in un mondo, il nostro, che non solo non riconosce la violenza insita in tali comportamenti, non ne coglie la follia, ma che anzi incoraggia in tutte le forme possibili: psicologiche, culturali, sociali, giuridiche, economiche. Ciò contribuisce precisamente a perpetuare uno status quo dove gli uomini possono reagire con violenza, i figli scegliere strade psicopatologiche e le donne diventare sempre più incarnate in un’immagine inevitabilmente vittimistica, che da un lato le rende continuamente preda di odiose rivendicazioni e dall’altra le condanna ad una drammatica solitudine esistenziale, a fronte però di un vantaggio secondario: essere sempre figlie bisognose di aiuto”[9]. Se infatti la donna si è sottoposta per secoli (in molti casi ancora oggi) a quella che B. Friedan (1964) definì la “mistica della femminilità”, in base alla quale anche laddove intrapresa una via differente rispetto alla dipendenza dal compagno, qualsiasi attività culturale, lavorativa o artistica è derogabile di fronte alla necessità percepita di sposarsi ed avere figli, non stupisce che come compendio tale dipendenza comprenda anche l’eventualità di essere maltrattata, abusata poiché, nel profondo, disumanizzata. Appare dunque lecito chiedersi quale sia la parte giocata dalla donna in questo tragico panorama di violenze che la vede preminentemente vittima; in quale misura abbia una sua responsabilità nella scelta dell’uomo che la maltratterà e se invece che essere l’uomo ad utilizzare la propria autorità coercitiva sulla donna portandola ad interiorizzare la visione negativa che l’aggressore ha di lei, come affermano Rhatigan, D. L., Street, A. E., e Axsom, D. K. (2006), non sia per caso la donna a nutrire in sé una visione estremamente mortificata di sé stessa, tanto da concepire l’idea, seppur inconscia, che i maltrattamenti subiti siano in fondo fondati e giustificabili.

Conclusioni

Lungi dal rappresentare una risposta esaustiva al complesso fenomeno della violenza di genere, questo articolo ha come scopo quello di stimolare un’accurata riflessione in merito alle determinanti storiche, soggettive, psicologiche e sociali alla base di eventi infausti che di recente, prepotentemente compaiono sempre più spesso nei notiziari quotidiani destando allarme sociale. Non ci si può certo esimere dall’analizzare le caratteristiche psicologiche dei carnefici, che sulla base di psicopatologie più o meno manifeste ed a prescindere dai livelli di imputabilità, sempre più appaiono avviluppati in dinamiche relazionali più simili ad un gioco di potere che da uno scambio paritario con l’altro. Ma non si può nemmeno evitare di analizzare al configurazione psicologica della vittima che non solo spesso appare caratterizzata da gravi insicurezze di base e percorsi esistenziali gravati da svalutazioni in ambito familiare e lavorativo, ma sembra anche oggetto di quel fiume sotterraneo che per secoli ha travolto, in maniera silenziosa, ma imponente, la vita psichica della donna, considerata ed auto-consideratasi come una sorta di strumento nelle mani dell’uomo, utile al suo successo ed in quanto tale trattabile, quindi anche maltrattabile o, peggio, quando non più desiderato o malfunzionante, eliminabile.

Tabella 1

Dataset:Donne che hanno subito violenza – caratteristiche demografiche e abitudini              
Territorio Italia
Tipo di autore qualsiasi uomo (partner e non partner)
Seleziona periodo 2014
Tipo dato donne di 16-70 anni che hanno subito violenza nel corso della vita (% su donne di 16-70 anni) donne di 16-70 anni che hanno subito violenza negli ultimi 5 anni (% su donne di 16-70 anni) donne di 16-70 anni che hanno subito violenza negli ultimi 12 mesi (% su donne di 16-70 anni)
Tipo di violenza        
violenza fisica o sessuale     31,5   11,3   4,5
violenza fisica     20,2   7   2,7
minacciate di essere colpite fisicamente     12,3   4,1   1,6
colpite con un oggetto o cui hanno tirato qualcosa     6,1   1,8   0,7
spinte, afferrate, strattonate, cui hanno storto un braccio, tirato i capelli     11,5   3,9   1,4
schiaffeggiate, prese a calci, a pugni o morse     7,3   2,1   0,6
che hanno tentato di strangolare, soffocare, ustionare     1,5   0,4   0,1
contro cui hanno usato o minacciato di usare una pistola o un coltello     1,7   0,4   0,1
che hanno subito violenza fisica in un modo diverso     1,2   0,3   0,1
violenza sessuale     21   6,3   2,2
stupro o tentato stupro     5,4   1,2   0,3
stupro     2,3   0,6   0,2
tentato stupro     1   0,8   0,2
rapporti sessuali indesiderati     4,7   1,7   0,6
forzate ad attività sessuale con altre persone     0,4   0,1   0,1
tutto ciò che è violenza sessuale ma non è stato elencato     0,5   0,1   0
Dati estratti il 05 dic 2024 14:08 UTC (GMT) da I.Stat        
         
         
Descrizione reato 2020 2021 2022 2023 Var% Reati commessi 2020-2023
Reati commessi Incidenza % vittime donne Reati commessi Incidenza % vittime donne Reati commessi Incidenza % vittime donne Reati commessi Incidenza % vittime donne
ATTI PERSECUTORI 16.744 73% 18.724 74% 18.671 74% 18.664 75% 11%
MALTRATTAMENTI CONTRO FAMILIARI E CONVIVENTI 21.709 81% 23.728 82% 24.570 81% 24.474 81% 13%
VIOLENZE SESSUALI 4.497 93% 5.274 92% 6.291 91% 6.062 91% 35%

Numero di delitti commessi e incidenza delle vittime di genere femminile

Fonte: Polizia di Stato

Bibliografia e sitografia

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Convenzione di Istambul ISTANBUL-Convenzione-Consiglio-Europa.pdf

D. Lgs 10/10/2022 Riforma Cartabia

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L. 66/1996 – Norme contro la violenza sessuale

LEGGE 15 febbraio 1996, n. 66 – Normattiva

L. 119/2013 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonchè in tema di protezione civile e di commissariamento delle province.

LEGGE 15 ottobre 2013, n. 119 – Normattiva

L. 149/2001 – Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, nonchè al titolo VIII del libro primo del codice civile.

LEGGE 28 marzo 2001, n. 149 – Normattiva

L. 259/1998 – Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitu’

DECRETO 19 giugno 1998, n. 259 – Normattiva

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Ministero dell’interno – Dipartimento della pubblica sicurezza – Direzione centrale della polizia criminale, 8 marzo giornata internazionale della donna – Donne vittime di violenza, 2024

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Ordine Psicologi Regione Lazio, Linee guida per la consulenza tecnica d’ufficio nei procedimenti in materia di famiglia e minori

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  1. Risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993
  2. ISTAT in Il numero delle vittime e le forme della violenza (2024)
  3. Felici S. – Polizia di Stato (2024)
  4. Di Rosa C. (2017)
  5. D. Lgs 149 del 10/10/2022. In tale riforma è stato introdotto uno specifico capo sulla “violenza domestica o di genere” (di cui agli artt. 473 bis n. 40 e ss), atto a legiferare peculiari modalità di valutazione e di intervento dell’Autorità Giudiziaria, e degli ausiliari, nei procedimenti in cui vi siano allegazioni di abusi familiari e/o condotte di violenza domestica o di genere, che il giudice civile, nell’ambito della propria autonomia valutativa e decisionale, è chiamato ad accertare al fine di emettere con tempestività le misure più idonee a garantire la tutela psicofisica del genitore e/o dei minori presumibilmente vittime. In questi casi, si prevede una specifica formulazione del quesito per la CTU, che intenderà approfondire aspetti sensibili della fattispecie: le competenze genitoriali del genitore rispetto al quale emergano indizi in merito alla commissione di condotte di violenza domestica; la capacità e le risorse dell’altro genitore; lo stato psicofisico del minore, che è sempre interesse primario da preservare e rispetto al quale, nei casi di violenza, particolarmente accurate devono essere le valutazioni sulle modalità di acquisizione di informazioni, sul piano della procedura, nonché sull’opportunità e, in caso affermativo, sulle modalità di gestione della relazione con il genitore rispetto al quale emergano indizi in merito alla commissione di condotte di violenza domestica.
  6. Mendicino R. (2016) pag.1
  7. Ainsworth M., Bowlby J. (1965)
  8. In base a tale studio gli autori hanno potuto delineare le seguenti modalità relazionali:
    • Stile “sicuro”: il bambino esplora l’ambiente e gioca sotto lo sguardo vigile del caregiver con cui interagisce. Quando il caregiver esce e rimane con uno sconosciuto il bambino è visibilmente turbato. Al ritorno del caregiver si tranquillizza e si lascia consolare.
    • Stile “insicuro-evitante”: il bambino esplora l’ambiente ignorando il caregiver, è indifferente alla sua uscita e non si lascia avvicinare al suo ritorno.
    • Stile “insicuro-ambivalente”: il bambino ha comportamenti contraddittori nei confronti del caregiver, a tratti la ignora, a tratti cerca il contatto. Quando il caregiver se ne va e poi ritorna, risulta inconsolabile.
    • Stile “disorganizzato”: il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso/stupefatto quando il caregiver si allontana.

  9. Berivi S., Grassi A. (2018) pag. 41