Il burnout del medico La sindrome del “buon samaritano” deluso <br> Mauro Cozzoli

Il burnout del medico La sindrome del “buon samaritano” deluso
Mauro Cozzoli

Il burnout del medico La sindrome del “buon samaritano” deluso

di Mauro Cozzoli

 

Key words: empatia – stress – sovraccarico – prevenzione – cura – coping

Abstract: Come ogni attività e professione di aiuto (helping profession), la professione medica può incorrere nella sindrome di burnout. Termine inglese che sta a indicare il motore che fonde.

Il che può avvenire per tre ordini di fattori. Il primo è dato dal forte dispendio di energie e dall’esaurirsi delle cariche motivazionali, per cui il medico che vive come vocazione e totale dedizione la sua professione va incontro a un esaurimento emotivo e spirituale. Il secondo è costituito da una pluralità di condizionamenti legati a un’organizzazione aziendale del lavoro che confligge con una concezione e una prassi olistica ed empatica della relazione di cura. Il terzo è dato da un background emotivo e spirituale disfunzionale del soggetto, segnato, per un verso, da carenze e disturbi psico-affettivi, per altro verso, da un deficit di spiritualità.

La sindrome di burnout va prevenuta e curata sotto un triplice profilo. Psicologico, imparando a gestire l’affettività e le emozioni e mettendo in atto strategie di coping. Spirituale, coltivando una spiritualità dei valori, dei significati e degli scopi della vita. Ambientale, incidendo sui sistemi di organizzazione e gestione del lavoro medico.

Introduzione

C’è una sindrome, una situazione di malessere che, oggi più che mai, colpisce persone che esercitano professioni d’aiuto (helping professions) ad elevato investimento relazionale, quando esse non rispondono in maniera adeguata ai carichi eccessivi che il loro esercizio comporta. È la sindrome di burnout. Tra tali professioni mi sono occupato della missione sacerdotale e delle religiose e dell’attività di volontariato sociale. Qui prendo in considerazione la professione medica.

La sindrome di burnout

Alla sindrome di burnout sono esposte professioni, attività, impieghi di estrema dedizione, a forte coinvolgimento empatico, che necessitano, per un verso, di una carica motivazionale forte: carica di valori, di significati e di scopi convincenti e moventi; per altro verso, di una gratificazione e realizzazione di sé attraverso l’impegno profuso. Gratificazione e realizzazione che attivano quel circolo virtuoso tra dedizione e soddisfazione che le alimenta a vicenda. Con l’esaurirsi di questa ricaduta appagante, benefica per il soggetto-caregiver, e per carenza o inefficacia di strategie di coping[1], si produce la sindrome di burnout: termine inglese che sta a indicare il motore che fonde. È tradotto infatti con esaurimento, stress, logorio, crollo.

Il burnout è un’affezione sempre più diffusa nella classe medica[2]. Ma ancora poco presa in considerazione da istituzioni e opinione pubblica. È detta anche sindrome del buon samaritano deluso, con evidente riferimento alla ben nota parabola evangelica.

La sindrome di burnout è un malessere provato come senso di frustrazione da chi, nonostante il prodigarsi per un ideale grande, non vede risultati apprezzabili. È il caso di medici (e più in genere di operatori sanitari) dediti a una missione fortemente assorbente e avvincente, ma che proprio per questo può indurre la condizione di burnout. Per essa “una persona che un tempo dava il meglio di sé nel lavoro, a un certo punto si sente svuotata di energie, vive i rapporti con le persone di cui dovrebbe prendersi cura in maniera distaccata e si convince di poter far poco o nulla per loro” (Castegnaro 2010, p. 415).

Il burnout causa un’attenuazione delle emozioni, un sentimento di distacco. Denota una condizione di apatia, disaffezione, delusione, stanchezza, perdita di identità e di entusiasmo, mancanza di soddisfazione professionale. Può essere vissuto anche come crisi spirituale: crisi di senso, di valori e di fini. Insomma un esaurimento emotivo e spirituale: un logoramento di energie e risorse.

Se ad esserne colpito è un medico, si può arrivare ad un’alterazione del rapporto medico-paziente. Se i medici sono scontenti, stressati, demotivati, lavorano male. La relazione con il paziente ne risente in modi diversi: distacco emotivo, mancanza di concentrazione, scontrosità, fino all’errore professionale. “L’operatore in burnout non ha più le energie necessarie per affrontare il proprio lavoro e potrebbe non investire l’energia necessaria a fornire assistenza sicura al paziente, ad esempio trascurando l’igiene delle mani o evitando il doppio controllo durante la preparazione del farmaco. Potrebbe anche essere meno attento e pronto ad affrontare situazioni impreviste, come il peggioramento repentino della salute del paziente” (Fontanella et al. 2018).

“La realizzazione personale è concettualmente vicino all’auto-efficacia (self-effìcacy)” (Fontanella et al. 2018). La convinzione, infatti, di essere in grado di svolgere un compito impegnativo contribuisce a svolgere con successo quel compito. “Le persone con self effìcacy (fiducia in se stessi) hanno prestazioni migliori, perché vedono il compito da svolgere come una sfida piuttosto che una minaccia”, come una soddisfazione piuttosto che una privazione. “Le persone affette da burnout hanno una netta diminuzione del senso di realizzazione personale e della convinzione di poter completare il proprio compito, dando un contributo significativo a una causa nobile” (Fontanella et al. 2018).

Tre concause della sindrome

Alla sindrome di burnout concorrono tre fattori causali. Il primo è intrinseco alla professione medica: professione relazionale ad elevato coinvolgimento empatico. Il medico è un caregiver, chiamato a curare (to cure), facendosi carico (to care) del paziente. Questo ovviamente nella misura in cui il medico si coinvolge personalmente, e non coltivi una concezione e una prassi meramente funzionale della professione.

L’operare medico espone emotivamente il soggetto che è frequentemente a contatto con situazioni umane di sofferenza, di disabilità, di malessere. Comporta inoltre lo stress di affrontare situazioni a volte imprevedibili, spesso non programmabili (Mucci 2007, 476). Il sovraccarico fisico-temporale produce l’intasamento dei tempi di vita quotidiana e si trascina appresso il sovraccarico emozionale. Si tratta di situazioni in cui chi si trova a contatto con molte persone assai diverse tra loro e ha poco tempo e insufficienti possibilità di ascoltarle veramente, chi è nella posizione di dover sempre dare percepisce un divario tra richieste e risorse. Il medico si trova a gestire un carico professionale che lo espone a situazioni di stress e vulnerabilità tali da incidere negativamente sia nel lavoro che nella vita privata. Subisce un logorio psico-fisico. Col risultato di una crescente disaffezione, di un distacco progressivo, un lasciarsi andare, quindi mollare (Castegnaro 2010, 420-421; Rossetti 2011, 82).

A crisi di burnout va evidentemente incontro il medico che pensa e vive la sua professione come vocazione e con piena dedizione, il medico che ha maturato un vissuto samaritano della sua professione. Medici che non si relazionano ma funzionano, che curano ma non si fanno carico, medici distanti e apatici, che curano la malattia non il malato, non rischiano la sindrome di burnout.

Il secondo fattore all’origine della sindrome di burnout è esterno alla professione medica. È un fattore composito, dato da una pluralità di condizionamenti legati all’organizzazione e allo svolgimento del lavoro, quali la pressione lavorativa imposta dalla gestione politico-economica della sanità: gestione intesa come obiettivi aziendali da raggiungere; la burocratizzazione del lavoro medico: ottemperare continuamente a prescrizioni e procedure aziendali; la deregulation degli orari di lavoro; l’aumento esponenziale del numero delle prestazioni.

Tutto questo porta a un sovraccarico lavorativo. Il lavoro medico è vissuto come un peso, che mina l’integrità psicofisica degli operatori; con evidenti conseguenze sul rischio clinico. “Se le prestazioni si moltiplicano, la loro routinizzazione è inevitabile. Quanto più si tratta di compiti che richiedono coinvolgimento, tanto più la moltiplicazione delle prestazioni induce distacco e spersonalizzazione. Ciò da un lato produce burnout, dall’altro un abbassamento della qualità dei servizi prodotti” (Castegnaro 2010, 416).

Mantenere la salute psicofisica dell’operatore clinico e garantire la sicurezza delle cure ai pazienti sono fenomeni correlati. L’eccessivo carico di lavoro degli operatori mette a repentaglio la sicurezza delle cure. “Il burnout è associato all’aumento della possibilità di commettere errori a livello medico”. I pazienti soffrono il burnout del medico. Lo soffrono “per non sentirsi compresi, ascoltati, o presi a cuore. E se si perde la fiducia del paziente, a causa di un personale sanitario stressato, il costo del burnout è inestimabile” (Cavalcanti 2018).

Non si può impostare il lavoro medico-sanitario con criteri meramente aziendali. “In un sistema di organizzazione industriale, inteso come un insieme non solo di uomini ma anche di macchine e attrezzature finalizzato alla produzione e al profitto, l’aumento del carico lavorativo può sicuramente avere dei vantaggi. Ma in un ambito lavorativo dove la forza lavoro è fatta essenzialmente di persone e il prodotto finito è il paziente, questa programmazione lavorativa comporta solo evidenti criticità” (Fontanella et al 2018).

Lo stress è accresciuto inoltre da micro-fattori di insoddisfazione, ma la cui addizione e reiterazione accumula delusione e amarezza nel medico. “Qual è la parte più difficile del suo lavoro?” è stato chiesto a Eileen Parkes, (2018) medico del reparto di oncologia dell’ospedale di Belfast. “La parte più difficile? Chiedere scusa ogni giorno per cose su cui non ho alcun controllo: Scusi, la sua TAC è stata rimandata. Mi dispiace se l’antidolorifico non ha ancora fatto effetto. Scusi, il suo trattamento è stato cancellato. Scusi, ma questa è la data disponibile più vicina. Mi scusi per averla fatta aspettare” (Cavalcanti 2018).

Di qui il paradosso, l’impasse del medico: pressato dall’alto, dall’organizzazione aziendale puntata sulla produttività, ad una attività frenetica; richiesto dal basso, dai bisogni olistici del paziente, ad un modello di prestazione alla persona secondo criteri relazionali di attenzione, di ascolto, di premura, di presenza. Un ruolo importante, secondo la dottoressa Eileen Parkes, è quello giocato dal sistema sanitario in questa partita: “Il tempo – lei osserva – da dedicare a pazienti con bisogni complessi è minimo. Se lo dilatiamo risultiamo inefficienti. Se proviamo a riorganizzare gli appuntamenti, il management ci chiede perché sprechiamo così tanto tempo. L’umanità è rimossa, negata ai pazienti e prosciugata nei medici” (Cavalcanti 2018).

Dal medico ci aspettiamo professionalità, competenza ed empatia. Non pensiamo mai al fatto che sia, prima di tutto, un essere umano, che si trova quotidianamente a contatto con malattia, disabilità, dolore e morte.

Il terzo fattore di burnout è dato da un background emotivo e spirituale disfunzionale del soggetto, segnato, per un verso, da carenze e disturbi psico-affettivi, comunque acquisiti e non sanati, che predispongono al burnout; per altro verso, da un deficit d’interiorità, di spiritualità per mancato sviluppo o perdita di quel corredo spirituale fatto di motivazioni, virtù, significati, tempi di raccoglimento, ritmi di riposo, amore e cura di sé che sostengono e tonificano la vocazione e la missione medica, soprattutto quando l’esercizio si fa arduo e penoso.

Una vita spirituale robusta e ben curata rende forti nella difficoltà e nella prova. Senza di essa nessuna missione tiene, tanto meno una missione impegnativa ed estesa nel tempo.

Prevenzione e cura

La sindrome di burnout è da prevenire e curare. Prevenire per via educativa. Curare sanando le disfunzioni e colmando i vuoti. Prevenire e curare sotto il profilo psicologico e spirituale insieme.

Sotto il profilo psicologico si deve educare e aiutare a gestire l’affettività e le emozioni. Non subirle ed esserne trascinati, ma assumerle e dirigerle. Formare e curare attraverso strategie e risorse psicologiche di coping: termine inglese traducibile con strategia di adattamento. Esso indica l’insieme dei meccanismi psicologici adattativi, messi in atto da un individuo, per fronteggiare problemi personali ed interpersonali, allo scopo di prevenire, gestire e guarire lo stress e il conflitto. Coping reattivo, con cui risponde a un agente stressante. Coping proattivo, con cui tende a neutralizzare in anticipo un agente stressante.

Sotto il profilo spirituale occorre coltivare ed educare a una spiritualità dei valori, dei significati e degli scopi della vita. In una socio-cultura fluida, secolarizzata e frammentata dischiudere orizzonti di beni morali, beni umani e umanizzanti; orizzonti di bontà e bellezza della vita; orizzonti di libertà e di speranza che formano un bagaglio di convinzioni e motivazioni forti, che innervano il conoscere e il volere del medico e innervano le strategie di coping. Non è solo un problema etero-educativo, di educazione-formazione ricevuta, ma anche auto-educativo, volto a prendersi cura di sé, a mettere ordine nella propria vita interiore ed esteriore, a sanare le ferite curabili, a coltivare il senso del possibile, a investire in fiducia. E con animo riconciliato e aperto, far fronte a difficoltà e avversità.

Formare e curare dunque. Formare medici consapevoli della qualità e profondità relazionale della professione medica. Relazione di aiuto nella malattia, nella sofferenza, nella disabilità, nella precarietà e nell’epilogo della vita. Relazione di compassione e di consolazione, che si fa carico della passio (la sofferenza) del malato, portandogli il solatium (il conforto, il sollievo) della medicina. Formare medici in grado di assumere e gestire la relazionalità, non solo donando, ma anche trovando gratificazione e realizzazione in ciò che donano. Gratificazione e realizzazione che attivano quel circolo virtuoso tra dedizione e soddisfazione che le alimenta a vicenda e mette il medico al riparo dal burnout.

In secondo luogo curare prevenendo e sanando. Curare medici in difficoltà, medici a rischio di burnout o già affetti dalla sindrome. Non dimentichiamo che anche il medico può aver bisogno di aiuto. Un curare non meramente individuale: diretto al medico in situazione di bisogno. Ma rivolto al contesto strutturale e istituzionale. “Non dobbiamo limitarci a intervenire su un singolo caso, ma considerarci all’interno di un ecosistema” (Re David 2020). Se ci occupiamo del problema individuale e non guardiamo all’organizzazione, affrontiamo solo una parte del problema, perché “la cultura dell’organizzazione forma anche l’intera esistenza dell’individuo” (Re David 2020). Ciò sta a dire che il burnout è anche una questione ambientale. Bisogna aggredire il fenomeno, incidere sui contesti, le condizioni, le mentalità e le prassi che lo determinano.

Il che chiama in causa le gòvernance e i mànagement della sanità. Essi sono chiamati a elaborare progetti di umanizzazione del lavoro, che interessano ambienti e strutture, tempi e carichi di lavoro. Governance e mànagement devono preoccuparsi di un’organizzazione non solo tecnica e funzionale dell’operare medico ma anche umana e umanizzante.

Conclusione

Medici soddisfatti e gratificati dal loro lavoro non sono solo un valore per se stessi; sono anche una garanzia e una risorsa per i pazienti in cura.

Bibliography

Castegnaro A. (2010), Fare il prete: disagio e trasformazione. Ridare forma al presbiterio, in Il Regno 12, 414-421.

Cavalcanti G. (2018), Sono un medico e non provo emozioni. Ecco cos’è ilburnout’, in Sanità Informazione – Sanità internazionale, 23 Aprile 2018, https://www.sanitainformazione.it/sanita-internazionale/burnout-medico-parkes/

Fontanella A., Gnerre P., Montemurro D., Palermo C. (2018), Allarme ‘burnout’ per i medici: così l’eccessivo carico di lavoro aumenta il rischio clinico, in Sanità 24 inserto di Il Sole 24 Ore, 10 settembre 2018.

Mucci G. (2007), Il ‘burnout’ tra i preti, in La Civiltà Cattolica, 3774.

Re David F. (2020), Le suore e la sindrome di ‘burnout’, in Donne Chiesa Mondo, Mensile del L’Osservatore Romano, 85.

Rossetti S. J., (2011), Why Priests Are Happy. A Study of the psychological and spiritual health of priests, Ave Maria Press, Notre Dame.


  1. Coping, termine inglese traducibile con “strategia di adattamento”, designa “l’insieme dei meccanismi psicologici adattativi messi in atto da un individuo per fronteggiare problemi emotivi ed interpersonali, allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress ed il conflitto … Con il termine coping spesso ci si riferisce al coping reattivo, cioè alla risposta che segue un agente stressante, a differenza di una risposta proattiva, con cui si tende a neutralizzare in anticipo un futuro agente stressante” (Wikipendia. L’enciclopedia libera. https://it.wikipedia.org/wiki/Coping)
  2. C’è chi parla di epidemia di burnout in campo medico.

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