Quando il corpo non basta a separare: obesità e complesso fraterno in una coppia di gemelle. <br> Patrizia Moretti ¹

Quando il corpo non basta a separare: obesità e complesso fraterno in una coppia di gemelle.
Patrizia Moretti ¹

Patrizia Moretti1

1Sezione di Psichiatria Dipartimento di Medicina Università di Perugia, Didatta LIRPA Roma

Keyword: complesso fraterno; gemellarità; obesità; corpo; individuazione.

Abstract: Nonostante l’ampia letteratura sui determinanti biologici, psicologici e sociali dell’obesità, il ruolo delle configurazioni relazionali precoci nella strutturazione del sintomo corporeo rimane ancora parzialmente esplorato. In particolare, la dimensione del legame fraterno—e più specificamente della gemellarità monozigote—è stata raramente indagata come matrice condivisa di organizzazioni psichiche che si esprimono attraverso il corpo. I modelli prevalenti tendono infatti a privilegiare una prospettiva individuale, trascurando la possibilità che il sintomo corporeo possa assumere una funzione co-costruita all’interno di sistemi relazionali altamente simmetrici. In una prospettiva psicodinamica il corpo può essere concepito come luogo simbolico di iscrizione del legame, spazio in cui si depositano configurazioni affettive e identitarie non pienamente differenziate. In questo senso, la gemellarità rappresenta un contesto paradigmatico per osservare le difficoltà del processo di individuazione e la persistenza di assetti narcisistici condivisi. Il presente contributo si propone di esplorare tali dinamiche attraverso l’analisi clinica di un caso di gemelle monozigoti con obesità severa, mettendo in luce il sintomo come espressione di un’identità duale e come tentativo difensivo di mantenere un’unità originaria.

Introduzione

Nonostante la vasta produzione scientifica dedicata all’obesità e ai disturbi dell’alimentazione, permane una significativa area di oscurità rispetto al ruolo delle dinamiche fraterne—e, in modo ancor più radicale, della gemellarità—nella genesi e nella strutturazione del sintomo corporeo. In particolare, all’interno dei modelli psicodinamici, tale dimensione relazionale appare ancora marginalmente tematizzata, come se il corpo sintomatico venisse pensato prevalentemente in chiave individuale, piuttosto che come luogo di iscrizione di una trama psichica condivisa.

Nel panorama clinico contemporaneo, l’interesse per il fraterno ha conosciuto una progressiva riemersione, ponendosi come asse imprescindibile accanto – e non in alternativa – al complesso edipico. In particolare, la gemellarità rappresenta una configurazione privilegiata per osservare le forme più arcaiche e persistenti del legame fraterno, in cui il processo di individuazione può risultare ostacolato da una originaria esperienza di fusione. In questi casi, il corpo assume spesso un ruolo centrale: non solo come superficie sintomatica, ma come spazio psichico condiviso, luogo di deposito di fantasmi, identificazioni e difese. L’obesità, in tale prospettiva, può configurarsi come una modalità di iscrizione concreta del legame, una “materia comune” che tiene insieme ciò che fatica a separarsi sul piano simbolico.

Il complesso fraterno e il corpo

Il complesso fraterno riguarda l’insieme delle rappresentazioni inconsce, degli investimenti narcisistici e delle dinamiche ambivalenti che si strutturano attorno alla presenza di un altro simile, appartenente alla stessa generazione. A differenza dell’Edipo, esso chiama in causa l’alterità del “quasi-uguale”, del doppio, mettendo in gioco rivalità, identificazioni, alleanze e fantasmi di fusione.

Nella gemellarità, tali dinamiche si radicalizzano: il fratello o la sorella non è solo un altro, ma una figura speculare che può funzionare come prolungamento del Sé. Il rischio è che il processo di separazione venga vissuto come perdita intollerabile, strappo, annientamento dell’unità primaria.

In questa cornice, il corpo può divenire un confine concreto sostitutivo del confine psichico: un limite “ispessito”, ma paradossalmente condiviso, che tenta di mantenere una continuità narcisistica là dove la differenziazione soggettiva fatica a compiersi.

Caso clinico

Enrica e Carla sono due gemelle omozigoti di 45 anni. Giungono all’osservazione clinica in momenti diversi, ma con una richiesta sostanzialmente sovrapponibile: difficoltà nel controllo del peso, vissuti depressivi, senso di vuoto e fallimenti ripetuti nei tentativi di autonomia affettiva.

Entrambe presentano obesità severa, instauratasi progressivamente a partire dall’età adulta. La loro storia personale appare fortemente intrecciata: tranne il lavoro hanno sempre condiviso tutto studi, amicizie e, in larga parte, scelte di vita. Nessuna delle due ha costruito una relazione sentimentale stabile; entrambe descrivono legami affettivi brevi, interrotti quando la relazione sembra richiedere una separazione più netta dalla sorella.

La valutazione psicodiagnostica è stata condotta attraverso l’integrazione di colloqui clinici e strumenti standardizzati:

– SCID-5-SPQ -PD (Structured Clinical Interview for DSM-5 – Screening Personality Questionnaire)

– SCID-5-CV ( Structured Clinical Interview for DSM-5 Clinical Version)

– Eating Disorder Inventory-3 (EDI-3)

– Body Shape Questionnaire (BSQ)

– Binge Eating Scale (BES)

– CORE-OM (Clinical Outcomes in Routine Evaluation – Outcome Measure)

Prima gemella

Enrica 45 anni, giunge all’osservazione clinica presentando una condizione di obesità severa (BMI = 56.01), collocabile nel range dell’obesità di alto grado. La richiesta esplicita è centrata sul dimagrimento, formulata tuttavia con una tonalità passiva, quasi affidata a un’attesa trasformativa esterna, che rimanda a una dimensione “magica” del cambiamento. Fin dai primi colloqui emerge come tale domanda si accompagni a un bisogno implicito di mantenere una condizione di coesione interna fragile, evitando il rischio di frammentazione del Sé. La storia ponderale evidenzia un andamento fluttuante, con un primo incremento significativo in età adulta e un’escalation progressiva negli ultimi anni fino al peso attuale. L’esordio delle abbuffate viene collocato intorno ai 28 anni, con strutturazione più stabile a partire dai 30 anni. Nei periodi di maggiore gravità, le abbuffate raggiungevano una frequenza settimanale elevata, configurandosi come episodi caratterizzati da perdita di controllo, intensa angoscia e, simultaneamente, da una componente di gratificazione immediata. Il cibo, insieme a condotte relazionali e sessuali improntate alla promiscuità, appare aver assunto nel tempo una funzione regolativa rispetto a stati interni di tensione e disorganizzazione affettiva. All’osservazione clinica, la paziente si presenta con un aspetto monocromatico, prevalentemente vestita di nero, con una mimica ipostenica e un’espressione sofferente. Il contatto oculare risulta intermittente, talora evitante, e si stabilizza solo nei momenti di maggiore coinvolgimento emotivo. Il comportamento psicomotorio appare rallentato, mentre lo stato di coscienza è vigile ma caratterizzato da fluttuazioni attentive in presenza di contenuti affettivamente rilevanti. L’eloquio è generalmente adeguato, sebbene talvolta interrotto dall’emergere di vissuti emotivi intensi. Dal punto di vista del funzionamento psichico, si evidenzia una compromissione dell’esame di realtà, una bassa tolleranza alla frustrazione e una marcata impulsività, associate a confini dell’Io poco definiti. I meccanismi difensivi prevalenti includono scissione, diniego primario, annullamento magico e razionalizzazione. Le funzioni cognitive risultano globalmente conservate, ma vulnerabili nelle condizioni di intensa attivazione emotiva, in particolare in relazione alla percezione corporea. La valutazione psicodiagnostica (SCID-5- CV e SCID5 SPQ; EDI-3; BES; BSQ) evidenzia punteggi clinicamente significativi nelle scale di bulimia, insoddisfazione corporea, bassa autostima e alienazione personale e interpersonale, delineando un quadro caratterizzato da profondo senso di inadeguatezza, vissuti di vuoto e difficoltà nelle relazioni. Il profilo psicometrico mostra: marcata insoddisfazione corporea (Cooper et Al.1987) presenza di alimentazione incontrollata e abbuffate. Emergono inoltre alienazione personale e interpersonale, deficit interocettivi e difficoltà nella regolazione emotiva (Garner et Al. 2004).

Clinicamente si osservano meccanismi difensivi di scissione, diniego e razionalizzazione, con confini dell’Io fragili e funzionamento fusionale. Il corpo diventa il principale canale espressivo e contenitivo. Non emergono criteri sufficienti per un disturbo di personalità strutturato, pur in presenza di tratti dipendenti, ossessivo-compulsivi e schizoidi.

L’ipotesi diagnostica secondo DSM-5-TR (APA 2014) è compatibile con un Disturbo da Alimentazione Incontrollata (First et Al. 2016).

In una prospettiva psicodinamica, il funzionamento appare organizzato attorno a un assetto fragile, sostenuto da modalità relazionali di tipo fusionale, nelle quali l’altro assume una funzione regolativa imprescindibile. Il tema del “doppio” attraversa trasversalmente la storia della paziente e si ripropone nelle relazioni attuali sotto forma di oscillazioni identitarie e difficoltà di differenziazione. In questa cornice, il corpo può essere inteso come luogo di condensazione del legame, confine al tempo stesso presente e insufficiente, mentre il sintomo alimentare è il tentativo difensivo di mantenere una continuità psichica di fronte al rischio di disgregazione.

Il riferimento alla sorella introduce una dimensione identitaria condivisa: “Siamo sempre state uguali”. Il sintomo appare così anche come dispositivo di continuità narcisistica.

Gemella speculare

La seconda gemella si presenta con caratteristiche sovrapponibili, generando una sensazione di déjà-vu clinico. Anche qui emerge un funzionamento centrato sul “noi”, con difficoltà a costruire una narrazione autonoma.

La paziente descrive vissuti di vuoto, insicurezza e bisogno di controllo. Il profilo psicodiagnostico evidenzia deficit interocettivi, problemi affettivi, perfezionismo e ipercontrollo, insieme a marcata inadeguatezza e disadattamento psicologico globale (Garner et Al. 2004) probabile disturbo da Alimentazione Incontrollata, insoddisfazione corporea.

Le relazioni risultano fragili, vissute come fonte di delusione e incomprensione. L’avvicinamento affettivo attiva disorganizzazione e ritiro: la separazione è vissuta come minaccia.

Il comportamento alimentare assume funzione calmante: “Quando mangio tutto si ferma”. Il corpo diventa contenitore dell’angoscia e spazio condiviso con la sorella. L’integrazione dei dati clinici e psicometrici ha consentito una lettura multilivello del funzionamento psicopatologico, evidenziando una struttura caratterizzata da fragilità del Sé, difficoltà nella regolazione emotiva e organizzazione relazionale di tipo fusionale, meccanismi di difesa quali diniego e scissione (Evans et Al.2002).

La convergenza sintomatica tra le due suggerisce una organizzazione intersoggettiva del sintomo: obesità e abbuffate non sono solo disturbo individuale, ma una forma di appartenenza reciproca.

Il complesso fraterno struttura qui il corpo stesso: non limite, ma territorio comune.

La relazione gemellare

Nel racconto clinico emerge una relazione caratterizzata da forte simbiosi. Enrica e Carla parlano spesso al plurale: “noi”, “ci sentiamo”, “abbiamo deciso”. Le differenze individuali sono minimizzate o negate; ogni tentativo di affermazione soggettiva viene seguito da sensi di colpa, angosce di tradimento o fantasie di abbandono reciproco. La gemella appare come doppio narcisistico, garante di continuità identitaria e contenimento affettivo. La separazione, anche solo simbolica, è vissuta come minaccia alla sopravvivenza psichica.

Il corpo come luogo del legame

L’obesità si presenta in entrambe come configurazione sorprendentemente simile per tempi di insorgenza, andamento e resistenza ai trattamenti. Il corpo diventa progressivamente il luogo in cui si iscrive il legame fraterno: un corpo “ingombrante”, espanso, che occupa spazio e resiste alla trasformazione. Dal punto di vista simbolico, il corpo obeso sembra funzionare come:

  • contenitore comune, che preserva una forma di unità;
  • barriera difensiva, che protegge da relazioni esterne percepite come intrusive;
  • confine concreto, che supplisce alla fragilità dei confini psichici individuali.

Il sintomo corporeo assume così una funzione relazionale: mantenere una somiglianza, una continuità visibile, un destino condiviso.

Conclusioni

In una prospettiva psicodinamica il processo di individuazione appare ostacolato da una identificazione primaria non sufficientemente differenziata. L’ombra, anziché essere riconosciuta e integrata, sembra depositata nel corpo, che diventa luogo di ciò che non può essere simbolizzato. La gemella rappresenta l’alter ego necessario a evitare il confronto con la solitudine del Sé (Jung 1954). Il corpo, appesantito e resistente al cambiamento, diventa simbolo di una materia psichica non trasformata, di una nigredo (Jung 1944) che non riesce ad avviare il processo alchemico di differenziazione. In questa ottica, l’obesità non è soltanto un sintomo individuale, ma una configurazione archetipica del legame: un “corpo-ponte” che tiene insieme ciò che non riesce ancora a separarsi.

La gemella in questa ottica, non rappresenta soltanto un oggetto relazionale concreto, ma assume una valenza simbolica e archetipica: incarna una figura liminale tra l’Io e l’Ombra, tra il Sé (Jung 1954) e l’Altro interno. Il fratello /sorella è spesso il primo “simile” che introduce l’esperienza della differenza all’interno della medesima generazione, configurandosi come specchio, rivale e doppio psichico. Le figure del doppio descritte da Kaës (2009) possono essere lette, come espressioni dell’Ombra (Jung 1954). Quest’ultima rappresenta tutto ciò che l’Io non riconosce come proprio, ma che continua ad agire nel mondo interno e relazionale. Il gemello/a diviene così il luogo privilegiato della proiezione dell’Ombra: su di lui vengono depositati impulsi aggressivi, desideri incestuosi, invidia, ma anche potenzialità vitali e creative non integrate (Jung 1951). Particolarmente significativo è il tema della bisessualità psichica. Kaës (2009) la interpreta come difesa contro la separazione e la castrazione; mentre Jung (1944) la considera una condizione originaria del Sé, una totalità indifferenziata che precede la separazione degli opposti. La sorella, soprattutto nella fantasia gemellare, diviene allora il supporto immaginario per mantenere l’illusione di questa unità originaria, evitando il doloroso compito della differenziazione. Il processo di individuazione richiede infatti la rinuncia alla fusione e l’assunzione della solitudine psichica (Jung 1954). Quando il complesso fraterno resta fissato, il fratello permane come oggetto concreto o fantasmatico che ostacola l’accesso a relazioni autenticamente alteritarie. Quando invece può essere simbolizzato, diviene mediatore del processo di individuazione costringendo l’Io a confrontarsi con i propri limiti e con la pluralità del mondo psichico. I miti fratricidi richiamati da Kaës (2009), come Caino e Abele o Eteocle e Polinice, mostrano in forma archetipica il fallimento dell’integrazione dell’Ombra fraterna (Jung 1954) evidenzia come la mancata integrazione degli opposti conduca alla polarizzazione distruttiva e alla scissione mortifera (Jung 1951). Al contrario, la possibilità di trasformare la rivalità primaria in legame simbolico apre alla dimensione etica e culturale.

Dal punto di vista terapeutico, il complesso fraterno attiva nel transfert contenuti non solo personali ma anche transpersonali. Anche l’analista è chiamato a confrontarsi con il proprio complesso fraterno e con le proprie immagini archetipiche del doppio e del rivale.

Il lavoro terapeutico con pazienti gemellari richiede un’attenzione particolare alle dinamiche del fraterno. Ogni movimento verso l’autonomia può riattivare angosce arcaiche di perdita e vissuti di colpa. Il rischio è che il sintomo corporeo venga rinforzato come ultimo baluardo contro la separazione. L’obiettivo clinico non è una separazione forzata, ma la progressiva costruzione di confini simbolici che rendano possibile una differenziazione non traumatica.

In conclusione, il complesso fraterno può essere inteso come una soglia fondamentale del processo di individuazione, passaggio dall’illusione narcisistica dell’unità alla possibilità simbolica della relazione, dalla fusione alla differenziazione, dall’identico al molteplice. In questa luce, il fratello non è soltanto colui che divide l’amore, ma colui che apre alla possibilità del mondo.

In questo senso, il riconoscimento del complesso fraterno diventa passaggio fondamentale per consentire al corpo di non essere più l’unico luogo di iscrizione del legame. “Là dove il corpo conserva l’indifferenziato, il processo di individuazione resta sospeso: solo accettando la frattura dell’unità originaria, il Sé può finalmente prendere forma.” (Jung 1944).

Bibliografia

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