Dante e Virgilio: Uno sguardo al percorso interiore <br> Carla Russello, Stefania Casamassima

Dante e Virgilio: Uno sguardo al percorso interiore
Carla Russello, Stefania Casamassima

di Carla Russello, Stefania Casamassima

Parole chiave: Dante, Virgilio, transfert, controtransfert

Abstract: La Divina commedia nasce a cavallo tra il Medioevo e l’avvento dei tempi nuovi, ma è nella sua universalità che risiede la potentissima attualità del viaggio di Dante. Il viaggio come simbolo della ricerca di verità, di spiritualità, di conoscenza e di saggezza è il percorso che spinge l’uomo a progredire nel suo sviluppo. L’influenza dell’archetipo del viaggio agisce sul corpo e sullo spirito dell’uomo trascinandolo come un’onda lungo il suo percorso di individuazione. È bene lasciarsi trasportare dalla corrente, seguire l’onda maestra che ci indica la via per realizzare l’unico e il vero viaggio: quello che si compie all’interno di sé.
Le autrici, ispirate dalla figura guida di Virgilio, propongono un parallelismo tra la relazione Dante-Virgilio e la relazione paziente-terapeuta. In particolare, volgono la loro attenzione ai concetti di transfert e di controtransfert proposti da Robert Langs secondo il suo Modello Comunicativo e ai contributi teorico-clinici di Carl Gustav Jung.

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A 700 anni dalla sua morte, Dante Alighieri, il Sommo poeta, continua ancora oggi a conquistare gli animi di moltissimi lettori in tutto il mondo. La sua massima opera, La Divina Commedia, ci ha donato un messaggio universale, superando il tempo e lo spazio tramite il suo viaggio interiore nei meandri complessi della psiche umana (Mazzarella 1991). Dante, in essa, parla dell’uomo, smarrito, che poi ritrova la retta via, la quale determina a sua volta l’orientamento del viaggio dispiegato nelle tre cantiche.

Il viaggio dantesco è caratterizzato da una linea strutturale netta, ai cui estremi troviamo due principi opposti: “1. l’azione disorientata e deteriorata, cioè il peccato o crimine, è punita in se stessa; 2. l’azione orientata e integrata, cioè il bene, ha in sé il suo premio” (Chiappelli 1965).

In Dante il tema dello “smarrimento” e del “ritrovarsi” suscita non solo immagini sulla prospettiva del mondo morale dell’uomo, ma fornisce anche l’idea su come egli concepisse l’uomo capace di associarsi e dissociarsi, di comunicare e di migliorarsi reciprocamente. La condizione di tale reciprocità si fonda sul sentire ovvero sull’affettività, per contro l’insensibilità, la fissità nello spazio e nel tempo rappresentano la pena massima dell’Inferno. La coscienza del coesistere è l’armonia che supera il tempo e lo spazio, premio massimo del Paradiso (Ibidem).

In quanto junghiani, ispirati dal sommo Poeta, comprendiamo che è all’interno di questa dialettica di principi opposti che si contrappone la psicopatologia versus l’Individuazione.

Nel messaggio universale che Dante offre attraverso la sua allegoria poetica troviamo anche il tema della “scelta del viaggio”. Tema che rimanda al libero arbitrio espressione usata per indicare la libertà dell’uomo, i cui atti non sono determinati da forze superiori (di tipo soprannaturale o naturale), ma derivano da sue autonome scelte” (Treccani). Secondo Claudio Widmann (2004), Dante riconosce, attraverso l’ossimoro “a maggior forza e a maggior natura soggiacete” (Pg. XVI, 79-80), “la realtà di una forza maggiore a cui l’uomo soggiace ovvero lo strapotere di un Dio. […]. Tuttavia all’uomo è riconosciuta la libertà di prendere posizione nei confronti di questa forza” (Widmann 2004):

“se così fosse, in voi fora distrutto

Libero arbitrio, e non fora giustizia

Per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

non dico tutti ma posto ch’i’ ‘l dica,

lume v’è dato a bene e a malizia, e libero voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica

A maggior forza e a miglior natura

liberi soggiacete; e quella cria

la mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura”.

(Purgatorio Canto XVI 70-81)

Dante, dunque, afferma che Dio ci ha donato con il libero arbitrio un prezioso lume grazie al quale discernere il bene dal male.

La liberazione che Dante ricerca nel suo viaggio interiore è quella dal male, intrinseco nella condizione umana dopo il peccato originale, meta che otterrà una volta giunto in Paradiso.

Ciò avverrà solo dopo aver conosciuto il proprio male – la possessione archetipica unilaterale che imprigiona gli uomini nell’Inferno, visibile nell’inconscio – e dopo essersi liberato nel Purgatorio dalla possessione degli istinti naturali per giungere alla libertà interiore. Questo passaggio nel Purgatorio corrisponde alla fase dell’integrazione dell’Ombra (Mazzarella 1991). Il primo passo dunque è il riconoscimento dell’Ombra e il secondo ne rappresenta l’integrazione.

Riformulare i concetti di libero arbitrio e di destino in termini di psicologia del profondo vuol dire riportare la sede del fato e del destino nella totalità umana al dialogo tra conscio e inconscio. Ciò significa riconoscere nelle espressioni dell’inconscio la vera natura della conoscenza e della saggezza (Langs 1996)[1].

Alla luce di ciò, anche la scelta di intraprendere un percorso analitico rappresenta dunque il viaggio interiore dell’uomo, che lo può portare all’individuazione. Per Jung (1946) essa si configura come un processo di acquisizione della consapevolezza di sé stessi, in cui l’Io e il Selbst, conscio e inconscio, s’integrano e consentono in tal modo all’essere umano di trovare la sua strada per la realizzazione personale. L’individuazione è a tutti gli effetti un vero e proprio viaggio che l’essere umano compie dentro di sé.

Nel suo viaggio Dante è stato accompagnato da tre guide: da Virgilio nell’Inferno e nel Purgatorio, da Beatrice nel Paradiso e, in fine, da San Bernardo che lo accompagnerà alla visione di Dio, la meta del suo lungo viaggio per la salvezza della sua anima. È da precisare però, che il viaggio di Dante coinvolge anche una quarta figura, di cui se parla meno ovvero la Vergine Maria che si colloca all’origine e alla fine del viaggio.

In questa sede è nostra intenzione soffermarci in particolare sul ruolo di Virgilio in quanto guida, proponendo un parallelismo tra le figure Virgilio, Dante, personaggi dell’Inferno e del Purgatorio e il paziente con i personaggi delle sue associazioni, attraverso i contributi teorici e clinici di Carl Gustav Jung e di Robert Langs, con particolare attenzione all’analisi delle dinamiche transferali e controtransferali lette alla luce del Metodo Comunicativo (Langs 1973;74, Grassi 2012).

 

 Il transfert e controtransfert secondo Robert Langs

Robert Langs, analista americano, iniziò il suo percorso all’IPA (International Psychoanalytic Association) in cui professionalmente si era formato e arricchito grazie alla sua esperienza di clinico all’interno delle istituzioni nello stato di New York. I risultati delle evidenze cliniche lo condussero a sviluppare un nuovo approccio, che si distanziava sempre più dal metodo psicoanalitico freudiano, sino a giungere, suo malgrado, a differenziarsene, formulando un’innovativa metodologia clinica da lui stesso definita modello Comunicativo di Psicoterapia Psicoanalitica (Langs 1986). Langs nelle sue opere ha approfondito da un lato lo studio della “comunicazione inconscia” di tipo interazionale tra paziente e analista e dall’altro il ruolo che giocano gli interventi del terapeuta nel determinare le risposte del paziente. Il suo complesso e articolato modello teorico-clinico della psicoterapia comunicativa si caratterizza, essenzialmente, in quattro aspetti fondamentali.

  • Il primo aspetto è il “sistema di decodificazione” delle comunicazioni del paziente per derivati[2], che rappresenta la trama sulla quale si fonda la relazione terapeutica;
  • Il secondo aspetto è la “cornice sicura” ovvero la messa a punto di uno schema metodologico che prevede precise regole del setting;
  • Il terzo aspetto riguarda la riformulazione dei concetti di “transfert e controtransfert”;
  • Il quarto aspetto è la “Mente Emotiva”, il corollario metapsicologico su cui si fonda il concetto di malattia, di cura e di salute (Berivi in Grassi 2012).

In questa sede volgiamo la nostra attenzione in particolare all’aspetto che riguarda la riformulazione del concetto di transfert e di controtransfert secondo Langs.

Nell’approccio Comunicativo sia le nevrosi sia le manifestazioni di transfert vengono viste, sul piano teorico e clinico, come basate su costellazioni di fantasie inconsce che trovano espressione per mezzo dei sintomi all’interno della relazione terapeutica. Langs rielabora la definizione teorica del transfert freudiana[3]. L’aspetto innovativo risiede soprattutto nel fatto che vengono riconosciuti gli aspetti interazionali del transfert. Pertanto, anche se rimane vero che le reazioni transferali del paziente si basano su costellazioni di fantasie inconsce derivanti in parte da relazioni ed esperienze appartenenti al passato, tuttavia viene pienamente riconosciuto da Langs (1988) che tali reazioni vengono suscitate da specifici stimoli provenienti dal terapeuta. L’autore propone dunque una definizione più ristretta di transfert e controtransfert all’interno dell’interazione terapeutica “intendendo con questi due termini, rispettivamente, la dimensione patologica dell’interazione del paziente con il terapeuta e dell’interazione del terapeuta con il paziente. Analogamente, parlerò di nontransfert e di noncontrotransfert per riferirmi al comportamento valido, non patologico, di paziente e terapeuta” (Langs 1988).

Nel sul libro Interazioni (1988) Langs descrive due sequenze di interazione terapeutica: una è di natura psicopatologica (controtransfert-nontransfert) e l’altra è essenzialmente psicoterapeutica (noncontrotransfert-transfert). Solo quest’ultima è quella che conduce alla cura fondata sull’insight e che rappresenta la base di quella che definisce come terapia della verità.

  • Sequenza 1: Noncontrotransfert-transfert

Tale sequenza è considerata da Langs come ideale, nella quale “l’intervento del terapeuta riceve una conferma affettivo-cognitiva[4] in termini di derivati di secondo tipo e di risposte associativo-comportamentali, che rappresentano una simultanea identificazione introiettiva positiva inconscia con il terapeuta e con il suo comportamento corretto” (Langs 1988). All’interno di un setting a cornice sicura, le risposte adattive del paziente iniziano a esprimere una quota significativa di psicopatologia (transfert). Un aspetto importante che l’autore sottolinea è rappresentato dal fatto che una sequenza di questo tipo, sebbene presupponga un comportamento principalmente non controtransferale del terapeuta, non è mai del tutto libera da controtransfert. È sempre presente, seppure in minima parte, una quota di controtransfert inevitabile del terapeuta. Tuttavia l’autore sottolinea anche che in assenza di un controtransfert predominante si possono individuare parecchi fattori capaci di suscitare reazioni di transfert. Il presupposto fondamentale affinché si possa realizzare questo tipo di sequenza è l’esistenza di una cornice sicura.

  • Sequenza 2: Controtransfert-nontransfert

In questa sequenza predomina l’espressione del controtransfert del terapeuta. Il fattore centrale è costituito dall’incapacità del terapeuta di comprendere correttamente la comunicazione in gioco. Una volta che il controtransfert preponderante si manifesta tramite un intervento basato su fantasie patologiche inconsce, suscitate dalle associazioni e dai comportamenti del paziente, la risposta di quest’ultimo sarà in gran parte nontransferale. A tal punto, qualora riconosca il proprio errore tecnico e la sua condotta controtransfertale, il terapeuta potrà giungere a una rettifica con la correzione e con l’interpretazione, inducendo reazioni transferali nel paziente. Per far fronte a questa dinamica il terapeuta deve fare un lavoro di autoanalisi e deve comprendere gli sforzi inconsci del paziente volti a correggerlo e a curarlo. Tale lavoro tecnico autoanalitico e correttivo è necessario al fine di eliminare l’influenza del proprio errore. Solo allora il materiale comunicativo della seduta si sposterà verso una sequenza di natura psicoterapeutica (sequenza 1).

In conclusione, il punto di vista comunicativo concepisce il controtransfert come un elemento che è costantemente presente nell’interazione comunicativa a spirale, diversamente dalla posizione classica che lo considera presente soltanto in maniera saltuaria e nelle forme di espressione relativamente macroscopiche.

La figura di Publio Virgilio Marone: la funzione guida nel percorso analitico

Virgilio fu il grande poeta dell’antica Roma (70-19 a.C.) ed ebbe i natali da una famiglia di piccoli proprietari terrieri ad Andes (oggi Pietole), nei pressi di Mantova. Raggiunse il successo con le Bucoliche, dieci poemetti di tema pastorale pubblicati nel 39 a.C., fu introdotto nella cerchia di Mecenate e aderì al progetto augusteo di restaurazione della pace e della moralità italica, componendo tra 39 e 30 a.C. le Georgiche (poemetto didascalico di argomento agricolo) e dedicandosi poi all’Eneide, il poema epico che narrava la fuga di Enea da Troia e la fondazione da parte dell’eroe della città di Lavinio, nel Lazio. Ebbe una grandissima fama nel Medioevo, tanto da venir considerato maestro di stile e di poesia, modello di sapienza filosofica e profeta inconsapevole delle verità cristiane (in particolare la figura del puer nell’Egloga IV, erroneamente interpretata come la profezia dell’avvento di Cristo).

Per Dante Alighieri, Virgilio rappresentava “l’espressione totale della cultura antica” (Getto 1959) tanto da sceglierlo come guida nel viaggio dell’oltretomba dall’Inferno al Purgatorio.

È nel canto primo dell’Inferno che Virgilio appare a Dante per soccorrerlo nella selva oscura, luogo che corrisponde al grande smarrimento personale di Dante, ma che rappresenta anche la condizione di disordine interiore che può condurre l’uomo alla morte spirituale (Mazzarella 1991). In termini universali la selva corrisponde alla caduta dell’animo umano nell’errore e nel peccato. Tuttavia è proprio attraverso il buio della selva che il poeta trova la forza di guardare in alto verso il colle, ovvero la vita virtuosa che aveva abbandonato. In questo stato egli riconosce la bruttura e la miseria del proprio disordine interiore e, pentendosi, si affida nelle mani di Virgilio, quale guida che lo condurrà verso la meta spirituale (Cantilli 2012). Virgilio rappresenta altresì la ragione umana, che quando purificata, può comprendere le superiori verità della fede sotto la guida di Beatrice.

Possiamo vedere Beatrice come Anima[5], in senso junghiano, attraverso cui si può giungere alla beatitudine celeste e all’unione con Dio, fine ultimo per cui essa è stata creata e verso cui naturalmente protende (Mazzarella 1991).

                                                  “Nel mezzo del cammin di nostra vita           

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ah quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai”.

(Inferno Canto I; 1-12)

“Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?»

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte”.

(Inferno Canto I; 76-81)

“«A te convien tenere altro viaggio,»

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ’l pasto ha più fame che pria”.

(Inferno Canto I; 91-99)

Nel discorso di Virgilio non troviamo parole di rimprovero, ma parole di comprensione. Il poeta latino indica a Dante la via da intraprendere, diversa da quella che lui voleva percorrere, facendo sì che si imbatti nelle tre fiere, la lonza, il leone e la lupa, simboli del peccato la cui natura è “sì malvaglia e ria” (Inferno Canto I, 97). Virgilio simboleggia qui l’invito che si offre all’analizzando di abbandonare le ripetitive modalità disfunzionali psicopatologiche per lasciare spazio a nuove modalità maggiormente funzionali. Citando Jung, potremmo dire, liberarsi dal dominio dei “complessi a tonalità affettiva”. Per l’autore essi rappresentano un insieme di rappresentazioni, pensieri, ricordi, in parte o del tutto inconsci, dotati di una forte carica affettiva, che limitano la libertà dell’Io (Jung 1934). Il complesso indica dunque, una struttura psicologica di tipo sistemico, in cui una forte carica affettiva lega tra loro rappresentazioni, idee, ricordi (Grassi 2012).

Alla luce della propria esperienza clinica Jung (1934) affermava che:

“[…] bisogna essere medici per sapere che crudeli persecutori possono essere i complessi! Bisogna aver visto come intere famiglie ne sono state distrutte moralmente e fisicamente nel corso di decenni, e quali tragedie senza esempi e miserie senza speranza ne seguono, per avere un’impressione esauriente della realtà d’un complesso. Allora si capisce quanto sia ozioso e ascientifico il pensiero che sia possibile “immaginarsi” un complesso. Se vogliamo un paragone medico per i complessi, il più calzante sono forse le infezioni o i tumori maligni, che sorgono entrambi senza la minima intromissione della coscienza. Questo paragone non è però interamente soddisfacente perché i complessi non sono assolutamente di natura morbosa, bensì caratteristici ‘fenomeni vitali della psiche’, sia primitiva che differenziata. Per questo ne ritroviamo le tracce inconfondibili presso tutti i popoli e in tutti i tempi”.

Proprio grazie alla comprensione del complesso a tonalità affettiva Jung poté comprendere come l’inconscio di una persona si comportava con i complessi di quella persona, in particolare attraverso quello che i sogni rappresentavano attraverso le immagini. In tal modo, Jung ci ha fornito uno strumento importante per comprendere e per riconoscere la presenza dei complessi non solo nei pazienti, ma anche nei terapeuti.

Un altro aspetto rilevante da sottolineare nel messaggio della Divina Commedia è rappresentato dal fatto che il viaggio nell’Oltretomba vede coinvolti allo stesso modo sia Dante che Virgilio. In altri termini, un analista che non si confronta con il proprio aspetto Ombra[6] non potrà guidare l’analizzando a fare i conti con la propria Ombra.

Nel 1946 Jung pubblicava il suo libro La Psicologia della Traslazione in cui si servì delle

immagini del Rosarium philosophorum [7]per descrivere in maniera metaforica la relazione psicoterapeutica. Per Jung il processo alchemico è ciò che meglio rappresenta la relazione psicoterapeutica. Dall’immagine del terapeuta come un alchimista presero vita una serie di ricadute anche teoriche sul concetto di transfert ma ancor più sul concetto di controtransfert. Infine, Jung (1961) sosteneva che:

“Lo psicoterapeuta, non deve però limitarsi a capire il paziente; è importante anche che capisca se stesso[..]. Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico: solo se questi sa far fronte a se stesso e ai suoi problemi, sarà in grado di proporre una linea di condotta. […]. Il medico deve rendersi conto che l’analisi lo riguarda, che essa ha a che fare con la vita reale, e non è un metodo che si possa imparare a memoria (in senso letterale!). Il medico, o terapeuta, che non arriva a capire questo durante la sua analisi didattica, lo pagherà in seguito a caro prezzo”.

Tornando a Dante, Virgilio rappresenta, dunque, il maestro e il modello (Inf., I, 85-87), tanto che vediamo come il poeta si rivolga quasi sempre a lui con gli appellativi maestro e duca (cioè «guida») e come tra i due si crei nel corso delle prime due Cantiche un rapporto assai stretto, non solo di maestro-discepolo, ma addirittura di padre-figlio. Ciò è evidente soprattutto nel Purgatorio, XXX, 49-51, quando Virgilio scompare all’apparire di Beatrice, momento in cui Virgilio viene definito da Dante “dolcissimo patre”, prima che il discepolo scoppi in un pianto dirotto per la sua dipartita.

Nel cammino dall’oltretomba al Paradiso, il poeta è frapposto tra i due poli della psiche ovvero l’istintuale-biologico legato all’Io (Inferno) e quello istintuale-spirituale (Paradiso) del Selbst junghiano ovvero della totalità della psiche, il nucleo più profondo della personalità (Mazzarella 1991).  È in questo dialogo intrapsichico tra l’Io e il Sé junghiano che Dante si interroga ed esprime tutti i suoi dubbi sul cammino da percorrere:

“Ma io perché venirvi? o chi ’l concede?

Io non Enea, io non Paulo sono:

me degno a ciò né io né altri ’l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle:

se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’io ’n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la ’mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta”.

(Inferno, II Canto 31-42)

Qui il grande poeta evidenzia uno dei nodi essenziali del percorso analitico. Virgilio esorta Dante a proseguire il cammino, spiegandogli che egli si trova nel Limbo, tra le anime sospese, e in quel momento gli apparve Beatrice l’anima di una donna bellissima, dagli occhi lucenti come una stella che parlava con voce soave.

“‘O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che volt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito”.

(Inferno Canto II 58-66)

“… I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare”.

(Inferno Canto II, 70-72)

“…Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ’mpedimento ov’io ti mando,

                        sì che duro giudicio là sù frange.
Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando”.

(Inferno Canto II, 94-99).

Beatrice è la voce dell’Anima che mette l’uomo, Dante, in contatto con Dio e con l’Anima Mundi, che secondo Mazzarella, sarebbe anche la parte femminile di Dio (1991).

Dal Cielo la Vergine Maria mossa a commozione per Dante incarica Santa Lucia d’intercedere per lui. La Santa a sua volta, rivolgendosi a Beatrice le spiega che Dante, l’uomo da lei amato, lottava contro la morte, trascinato in basso dal peccato. Qui si nota bene come, in assenza dell’intervento dell’Anima, l’uomo che sia vittima dei propri istinti ne rimanga inesorabilmente intrappolato.

Ci preme sottolineare il fatto che il viaggio nelle tre cantiche, dal principio sino alla fine, sia in realtà l’espressione di una volontà altra, ovvero la volontà di Dio, espressa tramite l’intercezione della Vergine Maria la quale ha pietà dell’uomo smarrito. L’errore e la caduta in basso sarebbero dettati dall’inflazione dell’Io, dall’abuso che l’uomo ha fatto della conoscenza per i meri scopi personali ed egoistici e dal disconoscimento della totalità del divino.

È così che la caduta si ripete e acquista un carattere diabolico poiché l’uomo ricorre alla conoscenza per gli scopi del complesso di potere dell’Io (Mazzarella 1991). Ma è proprio grazie all’intercezione della Madonna che Dante (l’uomo) costella le proprie guide, le quali lo condurranno attraverso le tre cantiche al cospetto di Dio. “Nell’interpretazione tradizionale, Virgilio rappresenta la luce della Ragione umana, che guida gli uomini al bene nei limiti della natura, mentre Beatrice, che accompagnerà Dante nel Paradiso celeste, dove il poeta latino non è ammesso in quanto anima relegata nel Limbo, rappresenta la Fede che conduce alla visione di Dio” (Balducci 2016).

Esemplificazione clinica

Di seguito proponiamo una vignetta clinica, esemplificativa di quanto su presentato in merito alla funzione guida del terapeuta all’interno del setting analitico. Il caso che illustriamo appare connesso con molte delle allegorie dell’opera di Dante.

  1. R. è un ragazzo di 36 anni, che si è rivolto a un Servizio ambulatoriale specializzato nella cura delle dipendenze, motivato da un forte bisogno di sostegno per una grave problematica di abuso di sostanze che più volte l’ha condotto a un serio pericolo di vita. Da anni lavora nell’azienda familiare nella quale occupa una posizione dirigenziale. Dall’anamnesi familiare si delinea una famiglia ricomposta, dopo la morte precoce del padre avvenuta quando il paziente era all’inizio della fase adolescenziale. Il paziente conduce una vita frenetica e impegnata su più fronti rispetto all’attività lavorativa. Malgrado la sua posizione gli permetta di delegare i compiti e le mansioni, appare ossessionato dalla necessità di provvedere personalmente alla risoluzione di ogni problema. A tale incessante bisogno di controllo si contrappone il suo ricorso massiccio all’abuso di cocaina, che in diversi momenti lo ha condotto a essere totalmente irreperibile per intere giornate. Il paziente si è rivolto personalmente al Servizio ambulatoriale, per via di un ennesimo episodio di abuso di cocaina, a seguito del quale per diversi giorni consecutivi ha perso conoscenza ed è stato ritrovato all’interno dell’abitacolo della sua auto in gravi condizioni. Questa esperienza ha attivato nel paziente una presa di coscienza della gravità della sua condotta e della conseguente possibilità di morire. L’aver visto “da vicino” la morte l’ha talmente destabilizzato da creare una frattura nella sua onnipotenza e da risvegliare in lui la consapevolezza della necessità di essere aiutato.

La diagnosi si orienta per un disturbo di personalità narcisistico con tratti antisociali, non tanto espressi attraverso agiti francamente delinquenziali quanto da strategie relazionali e sociali improntate ad una visione delle relazioni interpersonali disinvolta e spregiudicata che tiene conto più del proprio interesse che della considerazione dell’altro.

La valutazione delle dinamiche transferali e controtransferali è stata effettuata all’interno di un setting psicoterapeutico, condotto mediante l’approccio comunicativo di Robert Langs. In special modo, l’autore considera le comunicazioni psicopatologiche del paziente sia come una possibile espressione della sua percezione inconscia della psicopatologia del terapeuta, sia come una espressione della sua dinamica transferale (coazione a ripetere). La scelta tra l’interpretazione transferale o percettivo-cognitiva viene operata dal terapeuta sulla base dell’analisi della sequenza comunicativa del paziente, nella quale compaiono derivati, associazioni e sogni di conferma o disconferma degli interventi (Langs 1973-74, 1979). Questi ultimi rappresentano tutti delle reazioni ad eventi eventi-stimolo. Ad esempio:

  • Sequenza transfert-non controtransfert

Terapeuta: «Lei mi sta dicendo che ha paura dell’impossibilità di riuscire in questo percorso, da 100 all’ora è riuscito a scalare una marcia affrontando questo programma».

Il paziente riferisce di sentirsi “in corsa a 100 K/h” e fa un gesto scaramantico con la mano destra (incrocia le dita).

Paziente: «Speriamo che riesca a scalarne un’altra».

T: «Mi sta dicendo inoltre che ha paura di affrontare certe tematiche che nella seduta precedente le facevano “sbarrare gli occhi” e che l’avvicinarsi a certe tematiche la spaventa tanto che lei cerca di drogare la situazione terapeutica per cercare di mantenere la distanza da me».

P: «Perché mi dice questo? Una persona come me, io non ho paura a toccare nessun tasto. Non mi vergogno di nulla. Ho paura di capire. Ho paura di finire morto per abusivismo e non a “rota” di una droga» (Nel frattempo chiude i bottoni del maglione).

T: «Lei mi ha detto che vuole “ricominciare da sé stesso” ma mette dentro un sacco di persone, anche nel nostro rapporto, mi parla dei suoi familiari, del lavoro, di amici, di isolamento per cercare di evitare di entrare in un rapporto profondo qui con me».

P: «Ha ragione metto dentro un sacco di gente…».

Commento

In questa vignetta, è possibile notare come il paziente mette in atto un suo regolare modo di reagire alle situazioni interpersonali profonde, portando in seduta argomenti esterni con lo scopo d’interporre tra sé e l’analista temi con i quali tenta di deviare la sua attenzione. In questo caso l’analista interpreta le resistenze e non agisce nessun controtransfert.

Nell’incontro successivo il paziente riferisce quanto segue:

P: «comincia a essere difficile venire qui… Lei mi aveva chiesto dei sogni, ma io non sogno, quando mi accadrà le trascriverò i sogni… Anche se ogni tanto mi succede di sognare nelle poche ore che dormo… altre cose della scorsa settimana nulla, settimana tranquillissima, poco tempo per pensare… ma i risultati ci sono perché non ci sono stati danni…. L’unico evento che mi ha toccato, le dico la verità, che mi ha toccato è stato, … venerdì scorso ho visto una persona in delle condizioni che non ho mai visto, penso che lui è sotto metadone. Lo vedo, lo vedevo altre volte abbastanza bene che si confrontava con gli altri, mi sa che era martedì o mercoledì, no! Noi ci siamo visti prima. Questa persona mi ha chiesto delle sigarette, ed è stato scioccante, per me una cosa troppo forte, anzi senza un po’, ha messo tutti in apprensione… Mi chiedo se venire qui è per vedere e per guardare in interposta persona gli effetti della droga, perché quando ci stai dentro non lo vedi. Oppure penso, la vedo così, vengo qui perché metto i paletti… Non la voglio giudicare, il quesito che mi faccio è: “Questa disciplina ti serve, questi piccoli paletti ti servono?”, però quotidianamente ci penso, “Ci vai per pulirti la coscienza? Perché ti serve? Per curiosità? La vedo come una cosa positiva, perché almeno oggi me lo chiedo…» (il paziente prende la bottiglia d’acqua, che aveva poggiato in precedenza sua scrivania, e beve quasi la metà del contenuto).

Commento

Con queste parole il paziente comunica inconsciamente che l’intervento del terapeuta nella seduta precedente lo ha messo a confronto con le proprie modalità relazionali disfunzionali e con i propri comportamenti autolesivi, agiti con l’uso di sostanze stupefacenti. In questo caso, vediamo come l’intervento corretto del terapeuta all’interno di un setting a cornice sicura (i paletti e la disciplina) – esemplificativo della sequenza 1 noncontransfert-transfert – abbia consentito al paziente di entrare in contatto con il proprio mondo emotivo, in particolare con l’angoscia da prestazione, e il bisogno di rallentare i ritmi sia della sua vita sia del rapporto psicoterapeutico. Incontra inoltre una sua figura interna che simboleggia un suo modo di essere, alla stregua di quanto accade a Dante nel confronto con i personaggi che conosce nel suo viaggio all’Inferno.  Il terapeuta nel suo intervento segue le indicazioni dell’inconscio profondo nella sua funzione di guida e maestro e utilizza il linguaggio simbolico delle associazioni libere per dare i suoi insegnamenti (l’ansia da prestazione, la corsa, la salita, la persona che si droga).

  • Interpretazione percettivo-cognitiva

Il paziente racconta un sogno:

P: «Facevamo festa io e amici dell’infanzia, no! dell’adolescenza. Il mio amico viene perquisito dalla polizia e lo portano in ambulatorio poi ritorna e mi dice che gli hanno dato il metadone e io ero contento ma lui mi dice che andare in ambulatorio non serve a nulla»

T: «Potrebbe gentilmente raccontarlo nuovamente?»

P: «Eravamo io, A. e M. in giro con la macchina di A. e andavamo a una festa e abbiamo fatto un incidente, la macchina era posteggiata in salita e nel fare manovra urta l’auto posteggiata e il proprietario chiama la polizia, viene la polizia e trovano della droga. A. viene portato dalla polizia in ambulatorio e gli hanno dato il metadone. Quando ritorna da noi ci racconta che l’hanno mandato in ambulatorio e gli hanno dato il metadone, al ché io ero felice perché così lo curavano e gli ho detto che pure io prendo il metadone, ma lui ha detto che non serviva a nulla andare in ambulatorio e io ci sono rimasto male, e li mi sono svegliato».

T: «Quando ha fatto questo sogno?»

P: «L’ho fatto la settimana scorsa a metà della settimana scorsa e me lo ricordo perché l’ho raccontato a mia sorella, il fatto di raccontarlo ha fatto sì che me lo ricordassi. Adesso non so che dirle, mi può dire qualcosa in merito a questo sogno? Poi non so che dirle, mi vuole fare qualche domanda?»

T: «Le chiedo di trascrivere in doppia copia i sogni in modo da non perdere tempo qui per trascriverli, è una cura che le chiedo di fare per non togliere del tempo alla seduta, perché è molto importante quello che mi dice» (Il paziente si assenterà alla seduta successiva).

In questo caso vediamo che il paziente, portando in seduta un sogno, mostra al terapeuta un aspetto intimo di sé, con un particolare riferimento alla relazione terapeutica, l’ambulatorio, e al disprezzo che si accompagna alla sua nascente dipendenza dal terapeuta, scaturita da un intervento adeguato della seduta precedente. Il terapeuta messo di fronte a questa intimità relazionale e alle reazioni aggressive del paziente a questo iniziale legame con lui, si spaventa e reagisce ribadendo le regole del settinga mo’ di maestrina” e assume un atteggiamento controtransferale difensivo, identificandosi con una immagine super-egoica. A ciò il paziente reagisce non presentandosi all’incontro successivo. Nella seduta successiva alla sua assenza egli riferisce:

P: «Sono stato preso dal vortice lavorativo, il lavoro non mi dà nessuna entrata, lavoro tre volte tanto e ne guadagno un terzo».

Commento

Il paziente, con questo derivato comunica inconsciamente al terapeuta, dunque, che nonostante s’impegni moltissimo nel lavoro analitico, portando il suo sogno, in cambio riceve ben poco (solo un terzo), vale a dire solo la ridefinizione della richiesta di trascrivere dei sogni per ottimizzare l’uso del tempo della seduta, ma senza i due terzi che avrebbero potuto essere costituiti dall’approfondimento associativo del sogno e della sua conseguente interpretazione della relazione terapeutica come rappresentata dall’inconscio profondo. Questa interazione terapeutica secondo noi è esemplificativa della sequenza 2 controtransfert-nontransfert.

Considerazioni sul caso clinico

Dalle osservazioni delle dinamiche transferali e controtransferali, lette alla luce dell’approccio comunicativo di Langs, è possibile comprendere gli aspetti psicopatologici sia del paziente sia del terapeuta. Per l’autore è di fondamentale importanza, al fine di condurre una psicoterapia valida, che il terapeuta riconosca e comprenda il proprio controtransfert. Infatti, l’autore (1988) sottolinea che il comportamento noncontrotransferale del terapeuta promuova un senso di fiducia e di sicurezza e rappresenti una immagine positiva del terapeuta che motiva il paziente a lavorare e a fare sforzi per guarire anche lui in modo simile al terapeuta.                                                    Ritroviamo nelle parole di Dante:

“Tu m’hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.       

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore, e tu maestro».

Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro”.

(Inferno Canto II, 136-142).

Diversamente il comportamento controtransferale del terapeuta viene percepito dai pazienti, sul piano inconscio, come espressioni di follia del terapeuta (Langs 1988b).

Come si evidenzia nel caso clinico, vediamo che messo di fronte alla possibilità di approfondimento relazionale, il terapeuta si ritrae e in questo modo non segue le indicazioni dell’inconscio profondo nel suo aspetto di Guida-Virgilio, “ch’un sol volere è d’ambedue: tu duca, tu segnore, e tu maestro»” e quindi, non si comporta come invece fa Dante con Virgilio. Dinanzi all’occasione di analizzare il sogno, per condurre il paziente senza alcun timore nel proprio inferno (la dipendenza da sostanze), il terapeuta agisce invece il proprio controtransfert ribadendo solo le regole del setting (“Le chiedo di trascrivere in doppia copia i sogni…”). La reazione controtransferale difensiva del terapeuta, che ha impedito tale approfondimento, riflette nella nostra lettura la sua problematica ad entrare in un rapporto intimo con il paziente. Il mancato intervento – approfondimento associativo e interpretazione del sogno – da parte del terapeuta viene correttamente percepito da parte del paziente come una azione di allontanamento nei suoi riguardi (il lavoro non mi dà nessuna entrata) a cui reagisce saltando la seduta.                                                                                                           Vorremmo inoltre aggiungere riguardo alle regole del setting che il terapeuta, alla stregua del paziente, condivide un aspetto patologico, diametralmente opposto ma ugualmente disarmonico. Questo aspetto patologico è rappresentato nel paziente dai ripetuti tentativi volti ad alterare le regole del setting e nel terapeuta dall’adesione rigida e intransigente alle regole, spesso priva di una dimensione affettiva/contenitiva. Una tale adesione all’autorità è rintracciabile nell’archetipo dell’Animus nella versione Ombra. L’Animus è l’archetipo del “significato” nella donna (Jung 1950) ed è costituito da credenze, ispirazioni e valori. Una donna dominata dall’Animus diviene direttiva, ostinata, spietata, dominatrice e posseduta da pregiudizi e convincimenti con cui non è in relazione (Grassi 2012).Viceversa, la versione luce di questo archetipo rappresenta un elemento di fondamentale importanza per lo sviluppo femminile. L’Animus positivo nella donna permette di acquisire una conoscenza più allargata e impersonale, dunque più obiettiva, e permette di sviluppare un atteggiamento spirituale che la libera dai limiti e dai pregiudizi strettamente personali (Mazzarella 1991). Inoltre, “la componente maschile che è in lei può aiutarla a comprendere meglio l’uomo e ad avere con lui un rapporto più profondo” (Grassi 2012).  È nella coniunctio che il sentimento unito al Logos permette all’uomo e alla donna di giungere al significato profondo dell’esperienza e del mondo interno (Berivi S., Carabini P., 2006). In altri termini “l’unione di Animus e Anima è un traguardo che oltre a rendere l’uomo e la donna persone complete, contiene in se il potenziale archetipico individuativo” (Ibidem).

All’interno della Divina Commedia vediamo che Dante lungo il cammino “cresce” come uomo e acquisisce una maggiore sicurezza di sé stesso, grazie proprio al sostegno di Virgilio. Alla stessa maniera, anche il terapeuta, se affiancato da una guida/terapeuta, cioè l‘inconscio profondo suo o del paziente, ove trova il significato consapevole delle proprie reazioni controtransferali, diventa capace di fornire un setting sicuro e può procedere nel suo percorso individuativo suo e del paziente. Come terapeuti comprendiamo pienamente sia le difficoltà sia la fatica nell’affrontare il proprio mondo emotivo, ma siamo coscienti del fatto che non possiamo esimerci da questo compito. Come si può guidare il paziente a entrare in contatto con la propria emotività se per primi si ha paura d’immergersi nelle proprie profondità emotive? Langs (1979) ci ricorda che in ognuno di noi alberga un nucleo profondo di follia, la cui struttura può essere relativamente primitiva o avanzata, estremamente terrificante oppure solo causa di angoscia. Alla luce di ciò entrambi – paziente e talvolta il terapeuta – vivono momenti di follia manifesta (Langs 1988, 1988b). L’autore aggiunge inoltre che, tutti i comportamenti che vengono meno ai requisiti necessari per poter svolgere il ruolo di terapeuta[8], vengono percepiti anche dai pazienti, sul piano inconscio, come espressioni di follia del terapeuta.                                                                                                                                    Viceversa, tra i fattori curativi, il più importante è la capacità del terapeuta di fornire al paziente holding e contenimento, una capacità che si esprime nell’effettuare interpretazioni valide e nel garantire la cornice sicura per l’esperienza psicoterapeutica. Un terapeuta in grado di farlo genererà inevitabilmente nel paziente identificazioni e introiezioni inconsce delle sue capacità costruttive e positive (Langs 1990), caratterizzate, non a caso, nelle comunicazioni inconsce dei pazienti dall’apparizione di figure guida, del maestro. Allora si potrebbe proporre la tesi che Virgilio sia l’espressione di un archetipo dell’inconscio profondo, cioè la sua funzione di guida e maestro, e il terapeuta possa seguirne le indicazioni alla stregua di Dante, “ch’un sol volere è d’ambedue: tu duca, tu segnore, e tu maestro”, e quindi, rapportarsi  egli terapeuta al paziente e ai personaggi della sua vita interiore ed esteriore come suoi personaggi interiori (del terapeuta), assimilabili ai personaggi che Dante incontra nel suo viaggio infernale.

Considerazioni conclusive

Oggi più che mai, nell’era della globalizzazione in cui si assiste a reciproche influenze profonde tra le differenti culture, ci sorprende, come aldilà dei 700 anni trascorsi dalla sua morte, Dante sia stato capace di fornire alle coscienze umane figure allegoriche che valgono come simboli che assommano alcuni tratti essenziali dell’umanità, ancora attuali.

Dante si interroga sul perché l’uomo ceda più al male piuttosto che al bene e se la causa di tutto ciò risieda nell’influenza degli astri (determinismo puro) o nella propria responsabilità (libero arbitrio).  Nel porgere lo sguardo e l’attenzione dentro di sé, Dante trova la risposta alle sue domande (Mazzarella 1991).

È importante sottolineare che, all’interno di una relazione terapeutica, questo sguardo rivolto internamente dentro di sé venga effettuato tanto dal paziente quanto dal terapeuta. Anche Harold Searles, nel suo articolo del 1975 Il paziente come terapeuta del proprio analista, aveva descritto le capacità inconsce del paziente (Virgilio, diremmo ora noi) d’individuare i difetti del terapeuta e di offrire indicazioni su come correggerli. Come già esposto in precedenza, evidenziamo come l’approccio comunicativo di Langs si differenzi profondamente da tutti gli approcci psicoterapeutici, poiché per lui il nodo cruciale della questione è rappresentato proprio dal fatto che, in presenza di follia espressa dal terapeuta, i pazienti tendono a rivelare ben poco dei propri disturbi. Vale a dire che se lo spazio terapeutico viene occupato interamente dal controtransfert del terapeuta, ciò non lascia spazio al transfert del paziente. Al contrario, le manifestazioni di salute mentale da parte del terapeuta hanno l’effetto di portare allo scoperto, in primo piano, la “follia” del paziente. La cura di tipo comunicativo (Langs 1988) si fonda dunque in termini clinici sulla capacità del terapeuta di:

  1. a) cogliere la vera natura delle comunicazioni in codice inviate dal sistema inconscio profondo della mente;
  2. b) offrire al paziente condizioni terapeutiche basate su una cornice sicura[9] (o comunque, nei casi in cui sono inevitabili delle deviazioni, di offrirgli momenti di cornice sicura ogni volta che nella psicoterapia se ne presenti la possibilità).

Langs dimostra dunque, attraverso la sua esperienza clinica, che all’interno di una relazione terapeutica, in cui il controtransfert viene dominato e adeguatamente gestito da parte del terapeuta, potrà disvelarsi la psicopatologia – Inferno dantesco – del paziente.

Tornando a Dante osserviamo come egli, grazie al cammino compiuto nelle tre cantiche, ci abbia mostrato la direzione da seguire ovvero il viaggio individuativo, un percorso doloroso di trasformazione alchemica condotto al fianco delle sue guide.

Concludiamo citando le parole di Adriana Mazzarella la quale ci ricorda che: “Non si può fuggire in un paradiso infantile di beatitudine come per miracolo con una preghierina alla Vergine Maria, senza aver percorso il cammino doloroso della trasformazione alchemica spirituale del Purgatorio. [..] La via dell’uomo è la via della croce che porta alla morte, alla rinascita, alla resurrezione in questa vita” (1991).

[1]Il costrutto metateorico della mente ipotizzato da Langs prevede due sistemi in comunicazione fra loro: un sistema cosciente di superficie e un sistema inconscio profondo. Quest’ultimo a sua volta è stato successivamente revisionato e suddiviso in due sottosistemi:

1) sistema inconscio di saggezza profonda o mente emotiva (Langs 1996), il quale usa efficacemente la percezione profonda e l’intelligenza emotiva profonda per ricevere ed elaborare le informazioni e i significati inconsciamente elaborati (è questo il sistema che genera le comunicazioni in codice);

2) sottosistema di angoscia e colpa, che, correlato con il sistema conscio, controlla il comportamento emozionale e le sue disfunzioni.

L’autore riconosce alla Mente Emotiva una capacità cognitiva, e conseguentemente anche adattiva, superiore a quella esclusivamente intellettiva o razionale del sistema cosciente.

[2] Langs (1979) ha elaborato il concetto di derivato che presenta una struttura a tre livelli:

1)Contenuto manifesto, 2) Implicazioni consce e inconsce, 3) Significati in codice, ossia mascherati.

I derivati sono principalmente costituiti da narrazioni o immagini, racconti, miti, descrizioni di vicende recenti o passate, brani teatrali, film, sogni e altri generi narrativi in cui predominano le immagini. I loro significati vengono elaborati e prodotti all’interno del sistema inconscio profondo. In psicoterapia il terapeuta deve necessariamente prendere coscienza del fatto che una libera associazione che abbia natura di derivato è essenzialmente una immagine trasformata che si è prodotta in risposta a un elemento scatenante che l’ha preceduta. Questa immagine è il prodotto dei processi di spostamento e simbolizzazione i quali eserciteranno la loro azione su quegli aspetti crudi o traumatici dell’elemento scatenante che si sono visti negare l’accesso alla coscienza.

Comprendendo la natura del derivato occorre sottolineare la differenza tra derivato di I tipo (percezione) e derivato di II tipo (transfert). I primi sono inferenze facilmente rintracciabili dal contenuto manifesto delle associazioni del paziente senza tenere in alcun conto il contesto adattivo (evento-stimolo) che le ha messe in moto. I secondi sono inferenze tratte dal contenuto manifesto del materiale del paziente dopo averlo “organizzato” attorno a uno specifico contesto adattivo costituito da un comportamento o intervento del terapeuta/analista. Tali derivati sono gli “ingredienti” principali delle interpretazioni del terapeuta comunicativo; essi, infatti, vengono anche definiti come derivati interazionali.

[3] Vedi Berivi in Grassi 2012, pag. 65-67.

[4] Vedi Langs (1979)

[5] L’Anima è l’archetipo della vita ed equivale ad una vera e propria personalità interiore. Psicologicamente rappresenta la femminilità inconscia contenuta nella psiche dell’uomo. Vedi Jung 1950.

[6] L’Ombra è un archetipo che designa la personalità inferiore, la personificazione di quanto non conosciamo di noi. È “ciò che l’uomo non vorrebbe essere” (Jung 1945).

[7] un testo alchemico del XIII secolo, attribuito ad Arnaldo da Villanova (1235-1315), medico e alchimista.

[8] In verità i modi corretti di intervenire e di gestire la cornice sono stati individuati da Langs proprio sulla base delle risposte inconsce dei pazienti.

[9] Langs elenca in maniera minuziosa gli elementi di base di una cornice sicura. Vedi Langs 1979, 1988

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