Psicosomatica in Psicologia Analitica Tra metodo clinico ed efficacia terapeutica <br> Antonio Grassi, Sandra Berivi, Vincenzo Caretti

Psicosomatica in Psicologia Analitica Tra metodo clinico ed efficacia terapeutica
Antonio Grassi, Sandra Berivi, Vincenzo Caretti

 

Psicosomatica in Psicologia Analitica

Tra metodo clinico ed efficacia terapeutica

 

di Antonio Grassi, Sandra Berivi, Vincenzo Caretti

 

Key Words: Psicosomatica – polivagale – codice multiplo- setting analitico-consolazione

Abstract: Gli autori analizzano gli studi neurocognitivi più recenti ed attuali sulla psicosomatica maggiormente accreditati nella comunità scientifica, al fine di individuare quelle scoperte che comportano, per la psicoterapia analitica delle psicosomatosi, una rimodulazione del metodo clinico della psicologia analitica.

Individuano i contributi neurocognitivi più importanti nella teoria polivagale di S.W.Porges e nella teoria del codice multiplo di W.Bucci.

Per quanto concerne il fattore centrale terapeutico gli autori rilevano delle forti assonanze tra il concetto di amore dell’Oggetto Simbolico di ‘primo piano”’(Bucci), la concezione di ‘Mente Compassionevole’ (Gilbert 2010), a cui si ispira l’intera Teoria Polivagale (Porges 2017) e la nozione di ‘Archetipo della Grande Madre’ (Jung 1927-1931). Propongono a tal fine come ‘strumento’ indispensabile per l’azione terapeutica del succitato fattore centrale la Consolazione, dimostrandone l’efficacia sul cambiamento tramite il report di un caso clinico.

Introduzione

Nella concezione psicodinamica della mente, l’attenzione al corpo ha caratterizzato molte delle elaborazioni teoriche dei vari autori che nel corso degli anni si sono occupati della psicologia del profondo. Le loro formulazioni teoriche hanno però risentito, a nostro avviso negativamente, delle visioni antropologiche di ciascuno di essi. Ciò si verificava fino agli anni ’70, epoca dalla quale in poi l’avvento delle neuroscienze cognitive ha permesso, e anche prodotto, una rivisitazione delle differenti teorie e metodi clinici riguardanti sia i pazienti affetti da disturbi psicosomatici, sia i pazienti più in generale. A datare dagli anni ’70, infatti, abbiamo assistito al fiorire di ricerche e scoperte nell’ambito della neuropsicologia cognitivo-comunicativa che, da un lato hanno sovvertito molti paradigmi dominanti nelle epoche precedenti, tra i quali, ad esempio, lo stesso concetto di libido di Freud intesa come energia psichica legata alla sessualità, ma dall’altro lato hanno ripreso alcuni concetti fondamentali della psicologia del profondo, riconoscendo quindi la sussistenza di una dimensione psichica inconscia radicata nel tessuto neurobiologico dell’essere umano.

Da qui è scaturita la necessità di integrare i concetti basilari della psicodinamica con le emergenti nozioni specifiche delle neuroscienze cognitivo-comunicative, fondate su ricerche e scoperte scientificamente validate. Negli ultimi decenni sono stati molto apprezzati dalla comunità scientifica gli studi di Wilma Bucci, che hanno condotto l’autrice alla formulazione della teoria del codice multiplo, e gli studi di Stephen W. Porges, che hanno indotto l’autore ad elaborare una teoria neurocognitiva da lui definita polivagale.

I due ricercatori, per quanto concerne le malattie psicosomatiche di cui si sono occupati, e di cui tuttora si occupano in modo privilegiato, pur focalizzando la loro attenzione su livelli differenti del sistema nervoso, ma funzionalmente complementari, giungono a conclusioni affini e raccordabili con il pensiero della psicologia dell’inconscio. In una prospettiva, appunto, di integrazione, intesa come “meeting of the ways”, ci proponiamo sia di verificare le assonanze delle loro riflessioni con il pensiero della psicologia analitica, sia di arricchire la psicologia analitica sul piano teorico e metodologico clinico dei riferimenti neuroscientifici offerti dai loro contributi. Presteremo una particolare attenzione prima alla riformulazione dei principi di base del setting psicoanalitico psicosomatico, poi al fattore terapeutico centrale della psicoterapia, che, benché indicato con termini diversi da Bucci e da Porges, nonché da Jung, ci sembra possedere in tutti i tre autori un alone semantico condiviso.

Breve rassegna degli studi precedenti

Il primo ad occuparsi, nell’era moderna, del rapporto mente-corpo è stato Sigmund Freud. Nel dicembre 1894 Freud (CW 2,pp..249-255) sosteneva che la nevrosi di angoscia fosse il corrispondente somatico dell’isteria di conversione, in quanto entrambe erano connotate da un “cumulo di eccitazione”, che, a causa di una ipotizzata insufficienza psichica, dava luogo a processi somatici “aberranti”. L’unica differenza tra le due (iscrivendo poi la seconda nelle psiconevrosi e la prima nelle nevrosi attuali) stava nel fatto che nella nevrosi di angoscia l’eccitazione era puramente somatica, mentre nell’isteria l’eccitazione era psichica, provocata dal conflitto. Sempre Freud (CW 1, pp.333-335), con la nozione di conversione a proposito dell’isteria, pose per la prima volta una differenziazione concettuale tra disturbo somatico funzionale, a cui non segue un danno organico, e un disturbo causante una lesione di organo, nel quale l’assenza di un contenuto psichico non permette un riferimento causale al corpo biologico reale. Per Freud, più in generale, il disturbo psicosomatico nasceva dal conflitto tra la ricercata soddisfazione di un desiderio e la presa d’atto della difficoltà o impossibilità di realizzarla.

Già durante il lavoro di elaborazione della sua teoria psicoanalitica alcuni aderenti alla sua scuola facevano proposte più personali su molti dei concetti della psicoanalisi, e vieppiù sulla visione del disturbo psicosomatico. Groddeck (1912), ad esempio, focalizzava la sua attenzione sul rapporto tra Es ed organi percettivi del corpo, come ad esempio la vista. Intravedeva in un riequilibrio dell’Es il lavoro psicoanalitico che poteva guarire la miopia. Poco dopo William Reich (1951) introdusse nella psicoanalisi l’osservazione sul corpo, da cui scaturì la sua opera sulla “corazza caratteriale”, ovvero quell’insieme di atteggiamenti sviluppati dall’individuo per bloccare le proprie emozioni e i propri desideri. Sempre nel 1951, Franz Alexander fu il primo a identificare nella mediazione del sistema neurovegetativo il nesso causale implicito tra stati conflittuali e malattie psicosomatiche. Dagli anni ‘50 in poi, inoltre, si delinearono tre orientamenti della psicanalisi postfreudiana in tema di psicosomatica, cioè l’intrapsichico-funzionale, l’affettivo-emotivo ed il sensorio-viscerale. Il primo orientamento, interessato alle dinamiche intrapsichiche pulsionali e comportamentali, ebbe il suo massimo esponente in Cremerius (1986), che riuscì a dare anche una configurazione di ricerca statistica al suo pensiero. L’Autore, esponente della psicoanalisi tedesca, che ha seguito e applicato la concezione dinamica della malattia introdotta da Freud e praticata in Germania, si allontanò in qualche modo dalla teoria pulsionale e approdò ad una teoria sociale. I suoi studi verterono infatti sull’idea che non esista una struttura psicosomatica specificata nosologicamente , ma che i pazienti psicosomatici sono accomunati dall’appartenenza ad uno stesso strato sociale, poiché “la malattia è legata alla vita quotidiana” (ibid. pag.159).

Il secondo orientamento privilegiò invece l’importanza della sfera emotiva nel determinismo di sintomi psicosomatici, individuando nell’alessitimia[1] (scuola di Toronto) e nel pensiero operatorio[2] (scuola francese) i fattori caratterizzanti il disturbo psicosomatico. La scuola di Parigi, con Pierre Marty (1963), Cristian David ed altri, dagli anni ‘60 in poi parlò di pensiero operatorio. Per la scuola di Parigi il malato psicosomatico soffre di una grave inibizione fantasmatica associata a una depressione essenziale e a una disorganizzazione progressiva che lo fa regredire l’individuo a livelli di funzionamento psichico primitivo fino alla compromissione del suo funzionamento biologico. Il gruppo di Toronto,invece, fu fondato negli anni ‘70 dallo psicanalista Graeme Taylor (insieme ad altri, ciascuno con un proprio orientamento teorico-metodologico). Taylor (1992), partendo inizialmente dal concetto di somatizzazione come disturbo alessitimico, alla fine del suo percorso pervenne, nel 2003, a porre il quesito “somatizzazione e conversione: costrutti distinti o sovrapposti?”. Pervenne alla conclusione che la distinzione tra i due concetti è fondamentale nella prospettiva di un approccio clinico-metodologico. I sintomi di conversione necessitano di una interpretazione e di una risoluzione del conflitto , mentre per i sintomi di somatizzazione è indispensabile un approccio teso a consolidare le connessioni referenziali tra elementi simbolici e subsimbolici all’interno degli schemi emotivi, “trasformando il significato attribuito ai sintomi” (Bucci, 1997b, 1999).

L’ultimo orientamento, quello sensorio-viscerale, troverà il suo sbocco operativo nella bioenergetica, una combinazione di lavoro sia psicoanalitico sia sul corpo, di derivazione reichiana.

Lo stato attuale dell’arte

Infine, siamo ai nostri giorni, le neuroscienze cognitive, soprattutto con gli studi di Wilma Bucci (1993a) e di Stefan W.Porges (2017), offrono agli studiosi l’opportunità di sviluppare una visione olistica di sintesi del disturbo psicosomatico, in quanto coinvolgente l’intero sistema nervoso centrale in tutti i suoi livelli dimensionali. Procedendo dal basso verso l’alto, un cammino inverso a quello percorso dallo sviluppo delle varie teorie fino agli anni 50, oggi acquistano uno spiccato valore scientifico sia gli studi neurovagali di Porges sul sistema nervoso autonomo, sia le ricerche di Bucci sugli schemi affettivi, di pertinenza del sistema limbico e dell’emisfero destro. A questi due ambiti di ricerca neurocognitiva si affiancano le ricerche e le scoperte neuroscientifiche sulla lateralizzazione emisferica e sulle competenze della corteccia, soprattutto prefrontale, nel monitoraggio degli equilibri tra sfera del controller cognitivo corticale, livello emozionale e dimensione pulsionale, appartenente quest’ultima al sistema sottocorticale della Ricompensa (Reward). In tale contesto, acquista uno specifico compito di coordinamento centrale il sistema reticolare ascendente del tronco encefalico con la sua funzione di modulazione dell’attenzione e dell’arousal. Quest’ultimo sistema, potrebbe essere identificato come la sede della coscienza nucleare (Solms,2002).[3] Saranno gli studi neurocognitivi di Shallice (2001) che permetteranno di concettualizzare un Sistema Attentivo Supervisore (S.A.S.) di coordinamento tra afferenze ed efferenze senso-motorie, neuro-vegetative, emozionali e cognitive superiori. Un’articolata analisi del pensiero dei due autori, Bucci e Porges, ci permette, a nostro parere, una riflessione metateorica di possibile integrazione tra i due orientamenti di ricerca; possibile proprio perché ciascuno ha focalizzato la sua attenzione su dimensioni di diverso livello, talamico /emisferico dx emotivo-Bucci, neurocettivo del sistema nervoso vegetativo-Porges. I loro studi offrono anche un terreno fertile per questa nostra proposta di un’ulteriore integrazione metateorica tra neuroscienze cognitive e psicoanalisi. A tal fine ci sembra utile esplorare sinteticamente il contributo dei due autori.

La teoria del Codice Multiplo

Wilma Bucci, di formazione psicoanalitica, negli anni ‘80 intraprende un percorso di ricerca nell’area della cognizione-comunicazione. Questo iter la conduce ad elaborare dapprima la teoria del “dual coding” (Bucci,1985), concetto ripreso da Paivio (1971), che prevedeva la sussistenza di soli due codici comunicativi, il codice verbale e quello iconico-percettivo, per poi passare ad una teoria del “multiple code”[4]. Di fatto ne prende in considerazione solo tre, tutti attinenti alla ricerca summenzionata. Descrive, infatti, tre codici, uno non-verbale e non-simbolico (nv-ns), uno non-verbale ma simbolico (nv-s), ed uno simbolico-verbale(s-v). Definisce il primo anche subsimbolico, che non è rappresentabile in alcun modo e che si sviluppa ‘in parallelo’, motivo per cui non può che essere inconscio, dato che la coscienza è ‘seriale’ per sua natura. Questo codice comunica informazioni preliminari sul movimento (giocare a ping-pong, danzare, etc.) e su buona parte del funzionamento interpersonale. L’elaborazione subsimbolica, produce rapide e complesse computazioni, in un percorso continuo implicito, senza formazione di categorie discrete, secondo principi computazionali che non possono essere gestiti dalla coscienza, pur essendo sistematici per loro natura. Questa elaborazione continua, intuitiva, è specifica per modalità e costituisce l’oggetto di interesse dei nuovi modelli di Parallel Distributed Processing (PDP) detti anche “connessionisti” o subsimbolici (Smolensky, 1988). Queste computazioni riescono anche ad individuare i minimi cambiamenti dell’espressione facciale, delle qualità vocali e le modificazioni del proprio stato viscerale (Bucci,1997). Per questo motivo viene da chiedersi se l’indagine sul sistema neurovagale di Porges, che, come vedremo, studia proprio lo stato viscerale e utilizza molti di questi ultimi concetti, non abbia approfondito lo studio sulle radici neurovagali del mondo subsimbolico di Bucci anche nelle sue più fini articolazioni. Un altro codice è quello non-verbale ma simbolico[5] (nv-s), che conosce e comunica tramite immagini ed emozioni ed è costituito da schemi emotivi.[6] L’attivazione dello schema emotivo è associata a patterns di esperienze viscerali e somatiche (viscerali, cioè ciò che sentiamo o ci aspettiamo di sentire, quando siamo arrabbiati, spaventati o innamorati).

Infine il terzo codice, simbolico-verbale, integra l’insieme degli schemi emotivi e li trasferisce ad un’ulteriore e più elevato livello dimensionale ad opera dell’attività referenziale (A. R.).[7] Su questo ulteriore gradino dimensionale si costituisce il legame tra le parole e l’esperienza emotiva , che così può esprimersi nel formato simbolico a “canale unico”, a differenza del formato non verbale, sia simbolico sia subsimbolico, che invece marciano in parallelo, cioè a canali multipli. Da un punto di vista neurologico questo trasferimento finale avviene tramite le fibre nervose che attraversano il corpo calloso e connettono le rappresentazioni, non verbali, analogiche e globali associate all’emisfero destro, con le immagini “denominabili”, associate all’emisfero sinistro, luogo primario dell’elaborazione simbolica-verbale. In questo processo entrano in gioco le strutture corticali del cervello, con la loro elaborazione di concetti astratti.[8] W. Bucci(1997b) ritiene che ciascuno dei tre codici, persino il subsimbolico, sia dotato di un suo “pensiero”, cioè di una sua funzione non solo cognitiva, ma anche di valutazione e di giudizio. Ammette quindi la sussistenza di una consapevolezza che appartiene anche alla dimensione inconscia del codice subsimbolico e degli schemi emotivi per la loro parte inconscia, Ai fini del trasferimento dell’esperienza nel codice cognitivo-comunicativo simbolico-verbale risulta di fondamentale importanza la figura del caretaker, che assume la “parte di primo piano” e la funzione di un oggetto simbolico primario centrale di organizzazione di tutti gli schemi affettivi. La sua capacità di amore rende quest’ultimo sentimento il processo primario centrale di organizzazione (ibid.,1997b).

La Teoria Polivagale.

All’enfasi data dalla Bucci alla dimensione emotiva, che relegava quella viscerale ad essere una delle componenti degli schemi affettivi, insieme a elementi sensoriali, motori, somatici e rappresentazionali, si pone come ulteriore contributo complementare la Teoria Polivagale di Porges, che evidenzia, con studi e ricerche, la fondamentale importanza del sistema nervoso autonomo viscerale nel processo cognitivo e comunicativo dell’individuo. Questa teoria neurocognitiva mette al centro i concetti della neurocezione[9] e della sicurezza/fiducia[10] (Porges 2017, pp. 38-40.). Soprattutto in coloro che hanno vissuto esperienze di pregresse situazioni stressanti e/o traumatiche, le quali abbiano sollecitato ripetutamente i loro sistemi di difesa in condizioni di pericolo, Porges individua la successione di due fasi.

Nella prima fase si verifica l’attivazione del sistema nervoso simpatico con ricorso al sistema di attacco e fuga. Se questa attivazione consente all’individuo di ripristinare le sue condizioni di sicurezza nell’ambito del contesto relazionale della sua vita, l’attivazione si attenua e l’essere umano può riprendere il suo coinvolgimento sociale tramite l’attivazione del relativo sistema.[11]

Nella seconda fase, in assenza del ripristino delle condizioni di sicurezza e fiducia, il corpo può ricorrere a difese più antiche, mediate dal sistema vagale delle fibre neuronali non mielinizzate che afferiscono al nucleo dorsale del vago e producono le tipiche reazioni dorso-vagali: bradicardia, apnea, e risposte comportamentali di immobilizzazione con paura, spegnimento (la finta morte), svenimento e, infine, dissociazione.

A questo tipo di adattamento il sistema sociale in genere reagisce con un feedback di valutazione negativa sull’interessato, a cui quest’ultimo si adatta con un’ulteriore rinforzo della sua reazione di adattamento dorso-vagale. Si instaura così un circolo vizioso che tende ad autoperpetuarsi[12]. Ciò accade nel caso di rilevazione da parte della neurocezione di condizioni di rischio e pericolo.

In condizioni invece di sviluppo fisiologico del sistema nervoso autonomo e delle relazioni umane Porges (ibid,pag.40) ritiene che l’obiettivo sociale dell’individuo, in termini fisiologici, parta dalle immobilizzazione con paura e, attraversando il passaggio alla immobilizzazione senza paura, raggiunga il suo traguardo finale nell’attivazione del sistema di coinvolgimento sociale. Da un contesto di sicurezza rilevato della neurocezione scaturisce l’attenuazione del tono del sistema simpatico. Quest’ultimo, se sollecitato da condizioni di pericolo, partendo dalla iniziale attivazione del sistema di attacco e fuga, può persino portare l’individuo ad una immobilizzazione ipertonica con paura. L’attenuazione dell’iperestesia simpatica e l’attivazione del sistema vagale mielinizzato consentono invece il passaggio alla immobilizzazione senza paura. La rilevazione delle condizioni di sicurezza e fiducia avviene tramite le informazioni sensorio-viscerali che rilevano il significato qualitativo dello sguardo, dell’ascolto e dell’assistenza dell’altro (ibid.,p.42). Sono questi gli stessi canali di informazione che caratterizzano il sistema subsimbolico (Bucci,1997b). Possiamo quindi ipotizzare che tali informazioni sensorio-viscerali siano trasmesse al sistema neurologico limbico, deputato alla elaborazione delle emozioni, da parte del sistema neurovegetativo e vadano a costituire gli elementi sensorio-viscerali degli schemi emotivi (ibid.1997b). L’immobilizzazione senza paura recluta le stesse vie neuronali coinvolte nell’immobilizzazione con paura, insieme però anche alle caratteristiche del sistema di coinvolgimento sociale e dei neuropeptidi come l’ossitocina. In questo modo l’immobilizzazione viene reclutata dal circuito del coinvolgimento sociale durante i comportamenti legati all’amore, che possono inizialmente essere avviati nelle interazioni faccia a faccia per poi essere seguiti dalla immobilizzazione senza paura nelle braccia di un’altra persona. Le informazioni della neurocezione sulla sussistenza o meno delle condizioni di sicurezza permettono, infatti, di valutare, iniziamente ad un livello inconscio, la sicurezza o il pericolo di trovarsi nelle braccia di un’altra persona per porsi poi la domanda se sia meglio

restare o rifugiarsi altrove e proteggersi. Di conseguenza il nostro corpo non subisce alterazioni o cambia facilmente il proprio equilibrio subordinatamente al fatto che l’altro, mentre si sta coinvolgendo con noi , continui o smetta di coinvolgersi, distogliendo ad esempio lo sguardo o voltando le spalle.

Gli esseri umani, secondo Porges, hanno necessità di interazioni sociali sicure, senza paura, con le altre persone per poter sviluppare e ottimizzare il loro potenziale. L’autore chiama costrutto di “regolazione simbiotica” questo tipo di processo, in cui il parasimpatico vagale ventrale assume un ruolo fondamentale. Il parasimpatico vagale ventrale mielinizzato è alimentato e sostenuto da un caregiver dotato di una mente amorevole, concetto di fondo a cui si ispira implicitamente l’intera Teoria Polivagale, con un riferimento indiretto al concetto di Mente Compassionevole di Gilbert (2010)[13].Sempre il vagale ventrale mielinizzato, producendo l’immobilizzazione senza paura, ha vieppiù il compito di determinare la salute, la crescita e il recupero delle energie. Provvede così alla regolazione del cuore, dei bronchi, dei muscoli striati della faccia e della testa, attivando il nucleo ambiguo, i nuclei del trigemino, dei nervi cranici e facciali che regolano cuore e bronchi, i muscoli della masticazione, dell’orecchio medio, della faccia, della faringe, della laringe, del collo, tramite vie efferenti viscerali speciali. Le condizioni, cioè, che consentono una mobilizzazione senza paura, necessaria per il coinvolgimento sociale. Seguendo il pensiero dello scienziato statunitense possiamo sinteticamente rilevare nella Teoria Polivagale il superamento della polarizzazione tra psicopatologico e psicofisiologico anche del sintomo psicosomatico nel concetto di ordine superiore di funzione di adattamento. Questo dato ci consente di rappresentare un percorso ascendente, dimensionale e non categoriale, che va dal gradino più basso (in altri contesti di trattamenti di esposizione definito come patologico), costituito dalla immobilizzazione simpatica ipertonica con paura, a successivi livelli superiori, cioè l’immobilizzazione vagale con paura e poi l’immobilizzazione vagale senza paura, per giungere infine alla mobilizzazione simpatica, ma senza paura, in equilibrio con il riattivato tono vagale delle fibre mielinizzate deputate alle attività di coinvolgimento sociale.

Ci sembra utile, a questo punto, tracciare una proposta di integrazione teorica e metodologica delle due visioni, in quanto sembra possano beneficiare l’una dell’apporto dell’altra.

Per una integrazione teorica e metodologica delle due visioni

In uno sguardo in parallelo sulle due visioni di Bucci e Porges, le differenze concettuali principali ci sembrano essere determinate dal rilievo che Bucci, rispetto al sistema nervoso autonomo, conferisce principalmente ai pattern di avvicinamento, attacco e fuga, cioè la parte comportamentale legata all’attivazione del sistema simpatico, mentre più scarso appare il rilievo dato al sistema vagale delle difese e del coinvolgimento sociale, studiato invece con attenzione da Porges. La psicoanalista focalizza la sua attenzione sul sistema emotivo che, come sappiamo, è processato dall’emisfero destro e considera le informazioni vagali come una delle varie componenti degli schemi emotivi. Porges invece punta su un livello più profondo, quello processato dal sistema nervoso autonomo e ne rivela la funzione di valutazione e giudizio inconscio tramite la neurocezione. Anche Langs (1973-1974) aveva a suo tempo individuato funzioni percettivo-cognitive nell’inconscio profondo e Jung, utilizzando il linguaggio simbolico, aveva visualizzato varie forme di consapevolezza dell’inconscio rappresentandole in forma immaginale come stelle luminose del cielo notturno o come sole di mezzanotte (1927/1931). Le informazioni provenienti dal sistema viscerale-vagale, secondo Porges, diventano il punto di partenza per tutte le successive elaborazioni (emotive e cognitive).

Più estese appaiono, a nostro modo di vedere, le convergenze tra i due autori. Dapprima nella concezione adattiva del sintomo, per Porges quale forma di adattamento del sistema nervoso vegetativo ad un contesto relazionale che mina la sicurezza e la fiducia sia nel bambino sia nell’adulto e per la Bucci quale forma di adattamento nei confronti dello squilibrio emozionale dell’individuo determinato da un contesto relazionale disattivo. Inoltre, entrambi considerano il gioco come una tappa fondamentale per la riparazione del danno psicosomatico. Il primo parla apertamente del gioco come facilitatore del coinvolgimento sociale (2007), la seconda ne parla direttamente e indirettamente quando fa riferimento all’area transizionale di Winnicott ed al sintomo come un dato da trasformare in oggetto transizionale. Entrambi, per di più, concordano nell’identificare in eventi semanticamente affini, cioè nell’amore (Bucci,1997a/b ) e nell’atteggiamento di mente compassionevole (Gilbert,2010; Porges, 2017), il fattore terapeutico centrale. L’amore dell’Oggetto Simbolico Primario è il sentimento che produce l’integrazione degli schemi emotivi consci/inconsci nell’unico codice simbolico-verbale (Bucci,1997b), la Mente Compassionevole determina quello stato di sicurezza/fiducia che permette al sistema nervoso vegetativo di depotenziare il sistema di difesa e di attivare quello di coinvolgimento sociale.

Alla luce di quanto suesposto e dell’attuale stato dell’arte riteniamo importante, con il nostro contributo, partire proprio dalle conclusioni a cui giungono entrambi gli autori, conclusioni, se non proprio uguali, molto simili e per l’80% integrabili. Ciò al fine di proporre una forma di psicoterapia analitica junghiana per i disturbi psicosomatici che si avvalga dei contributi delle teorie

sia polivagale sia del codice multiplo. I dati forniti dalle due teorie e dalle relative ricerche consentono una rivisitazione dei ed una riflessione sui due “fondamentali” di una terapia analitica: il setting e gli interventi del terapeuta (verbali, non verbali e preverbali). Considerato poi che Porges e Bucci studiano e ricercano nelle pieghe dei segni e dei sintomi della patologia psicosomatica le condizioni per lo sviluppo fisiologico della mente del bambino, e dell’adulto in psicoterapia, a noi interessa in questa sede seguire questa stessa strada per proporre anche delle riflessioni di natura sia metateorica sia clinica sui due fattori considerati terapeuticamente centrali dai due autori: il sentimento dell’amore e la mente compassionevole.

Il pensiero della Bucci e di Porges sul processo psicoterapeutico

Secondo la teoria del codice multiplo durante il processo psicoanalitico lo sviluppo del significato emotivo delle esperienze relazionali nelle libere associazioni avviene in un processo a tre stadi, denominato ciclo referenziale (Bucci, 1993, 1997b). Questo processo ha origini nello sviluppo emotivo e nella somatizzazione è evidente come esso fallisca. Nel primo stadio, il paziente fa esperienza delle diverse componenti non verbali del codice subsimbolico, (sentimenti, odori, esperienze corporee, pattern motori), che ha difficoltà ad esprimere direttamente con le parole. Nel secondo stadio, il paziente recupera un ricordo o una fantasia specifica derivata dall’esperienza passata, dagli eventi quotidiani o da eventi traumatici in modo da trasformare gli elementi subsimbolici in schemi affettivi con le immagini (emisfero dx) del codice simbolico non-verbale e poi in codice verbale-simbolico in cui le immagini sono integrate con le parole (emisfero sx). Il sintomo, quale elemento subsimbolico, viene trasformato in oggetto transizionale ed il gioco nell’area transizionale diventa fondamentale per questo passaggio. Infine, nel terzo stadio, il paziente riflette sulle immagini e le storie che ha raccontato e riesce ad effettuare ulteriori connessioni all’interno del sistema verbale e del discorso condiviso. Alla fine il processo di verbalizzazione dei contenuti degli schemi emotivi arriva alle fondamenta per poter definire l’emozione stessa: rabbia o paura o affetto verso chi e per quale motivo. Così anche per il sogno: il contenuto latente, in formato subsimbolico, viene collegato a immagini discrete specifiche del contenuto manifesto e poi verbalizzato nelle narrative del sogno (Bucci, 1993; Bucci, Severino e Creelman, 1991). Il processo si può sviluppare tramite una esperienza emozionale correttiva nella relazione psicoterapeutica transfert-controtransfert in cui il terapeuta diventa l’oggetto simbolico di consapevolezza e di verbalizzazione di “primo piano”, ed è alimentato da un fattore centrale cosciente di organizzazione degli schemi emotivi: l’amore (Bucci,1997b).

Nella visione polivagale di Porges l’efficacia della psicoterapia si fonda sulla creazione di un contesto relazionale basato sulla sicurezza e la fiducia e rilevato dalla neurocezione (2017, pp.19-21). La psicoterapia richiede la sussistenza di tre condizioni: il mantenimento del sistema nervoso autonomo al di fuori degli stati di difesa; l’attivazione del sistema di coinvolgimento sociale; infine la rilevazione delle condizioni di sicurezza/fiducia tramite la neurocezione delle interazioni cliniche che coinvolgono lo sguardo, l’ascolto e l’assistenza (vocalizzazioni prosodiche, espressioni facciali e gesti positivi).

Il Processo Psicoterapeutico

Il processo psicoterapeutico promuove il passaggio dall’immobilizzazione con paura all’immobilizzazione senza paura, per giungere poi alla tappa intermedia della mobilizzazione senza paura, in cui il gioco si presenta come uno step fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo finale del coinvolgimento sociale, della autoregolazione simbiotica e dello sviluppo delle proprie potenzialità.

L’intero processo terapeutico viene alimentato da una fattore centrale cosciente di natura emotiva: l’atteggiamento d’amore[14] (Porges,1998) che richiama fortemente quello di Mente Compassionevole (Gilbert,2010). Presupposti per una psicoterapia sono la bidirezionalità tra sensazioni corporee, emozioni e pensieri legati alla sfera cognitiva e il sentirsi sicuri, prerequisito per sviluppare la creatività e per risolvere e/o implementare soluzioni di problemi complessi.

Una psicoterapia psicologico-analitica che utilizzi un riferimento teorico integrato , polivagale e a codice multiplo, ci appare particolarmente idonea sia per i pazienti psicosomatici, o per i sintomi psicosomatici, sia per i momenti critici della vita riguardanti il corpo durante il passaggio attraverso fasi di cambiamento esistenziale o in relazione alla sofferenza fisica, alla vecchiaia e alla morte, che fanno parte di un fisiologico percorso vitale.

Delle vie neurofisiologiche che la psicologia analitica potrebbe seguire a fini terapeutici, diamo una rappresentazione grafica, con la seguente immagine:

Tab. 1 – Percorsi neurofisiologici che la psicologia analitica potrebbe seguire a fini terapeutici

 

Rivisitazione del setting analitico alla luce della teoria polivagale di Porges e del codice multiplo di Bucci

Il setting analitico, come tutti ben sappiamo, si struttura con una serie di regole, atti e comportamenti che definiscono una cornice di lavoro psicoterapeutica. In ambito psicologico analitico tradizionalmente tre sono i possibili aspetti strutturali dell’incontro psicoterapeutico: il vis a vis, il lettino analitico, il gioco dei ruoli o l’attività immaginativa intesa come gioco, e l’immaginazione attiva (Von Franz.,1978) .

Fino ad oggi, a nostro modo di vedere, ciascuno di questi elementi strutturali è stato appannaggio specificamente di un certo tipo di disciplina psicoterapeutica oppure di scelte personali del terapeuta in linea, sul piano antropologico, con una particolare visione filosofica dell’uomo. Ad es. il lettino è stato individuato come il fattore principe delle psicoanalisi freudiana, così come il vis a vis lo è stato per la psicologia analitica Junghiana, salvo poche eccezioni. Eppure, nonostante il lettino fosse giustificato dall’esigenza di astinenza e neutralità, così come indicato da Freud, sembra che lo stesso Freud avesse scelto il lettino in un primo momento solo perché personalmente non sopportava di essere guardato in faccia per ore da tutti i suoi pazienti (Freud ,1913, CW 7, p.343) Per ciò che riguarda il gioco, il suo utilizzo in psicoterapia è stato inizialmente introdotto da M. Klein (1929-1955), ma l’uso sistematizzato nella psicoterapia infantile è stato adottato da Winnicott (1951), uno degli psicologi del Sé. Il gioco è entrato anche nella prassi della psicologia analitica con uno strumento specifico, la Sand Play Therapy (Kalf,1966)[15], tra l’altro utilizzato in ambito junghiano anche nella psicoterapia degli adulti.

Ma allora quali sono le visioni antropologiche alle quali abbiamo fatto poco fa riferimento che pensiamo ispirino ciascuna disciplina e conseguentemente ciascun metodo clinico?

La psicoanalisi ha una concezione dell’essere umano di stampo decisamente materialistico. Freud aderisce ad una visione darwiniana dell’uomo e la descrizione che fa del soggetto umano obbedisce alle caratteristiche della metafora della bestia. La concezione pulsionale della natura della psiche e della libido come energia biologica legata alla sessualità dà una giustificazione cognitiva alla scelta

del lettino, finalizzata, secondo Freud, a istituire un assetto di lavoro improntato alla neutralità e all’astinenza (ovviamente nei confronti della ‘bestiale’ pulsionalità del paziente). Freud nega la sussistenza di una dimensione metafisica, ed anche a livello meramente antropologico esclude la possibile presenza di una dimensione spirituale specifica dell’umano.

Il vis a vis diventa, invece, l’aspetto strutturale della psicologia analitica junghiana perché per Jung l’uomo è un animale simbolico e la psiche è una realtà a sé stante animata da una libido che non è sessualizzata, ma uno spirito vitale, un “elan vital” (Jung,1927-1931). A differenza di Freud, Jung ammette la presenza della realtà spirituale individuale e transpersonale, anche se di natura non metafisica ma immanentistica. Conscio ed inconscio collettivo sono concetti attinenti all’universo visibile e non visibile, ma della sfera umana. Lo spiritualismo di Jung trova la sua massima espressione culturale nella interpretazione simbolica dell’alchimia. Paragonando, per analogia, la seduta analitica ad un processo di combinazione alchemica degli elementi (paziente e terapeuta), Jung adotta il vis a vis quale espressione di questo modo di concepire dell’uomo. Infatti, come in alchimia l’“Ars totum hominem requirit”, trasponendo questo principio nella seduta psicoterapeutica, sostiene che il terapeuta si deve esporre totalmente a quella che egli definisce con linguaggio metaforico-medico “una infezione psichica”. L’analista è chiamato in campo da una interazione bipersonale totalizzante, e a suo avviso l’assetto frontale permette questo, mentre il lettino non può assolvere a questa funzione per la distanza che crea tra paziente e terapeuta e l’assenza di un fattore fondamentale della comunicazione, lo sguardo.

Winnicott e Jung finiscono poi entrambi per dare un’importanza fondamentale al gioco, per Winnicott come espressione nel setting della realtà psichica di un’area transizionale in cui si muovono oggetti transizionali e per Jung come espressione nel setting di una dimensione immaginativa che permette al paziente di entrare in rapporto con le immagini interiori del suo inconscio personale e del suo inconscio collettivo archetipico. A parte la teoria psicanalitica di Freud, che è una teoria forte in quanto fondata su precise e limitate variabili definite ad escludendum, quella di Winnicott, e ancor più quella di Jung, sono invece teorie deboli, cioè tese più all’inclusività che all’esclusione. Winnicott considera l’area transizionale prima come una fase, poi come una dimensione stabile della mente quale precursore della dimensione culturale. Jung considera l’attività immaginativa come il precursore di un rapporto esperienziale e cognitivo con l’inconscio e come prodromo per l’accesso dell’uomo alla sua dimensione spirituale. Anche per l’autore svizzero quindi un tratto della psiche, sempre presente. In questo senso sia Winnicott che Jung si fanno portatori di una visione culturale e spirituale dell’essere umano, al di fuori comunque di qualunque concezione metafisica.

Tralasciando ora, per motivi di economia espositiva, la trattazione di altre forme di psicoterapia, questo modo tecnico di procedere delle due differenti teorie psicoterapeutiche obbedisce, secondo noi, al principio che in questa sede denominiamo di “ideologizzazione”[16]. Alla luce, invece, delle ricerche scientifiche di Bucci e di Porges, noi pensiamo di proporre precisamente una ‘deideologizzazione’ delle singole teorie psicoterapeutiche e dei relativi metodi clinici ai fini di una loro rifondazione nel terreno delle scoperte scientifiche. In questo modo anche i singoli metodi clinici acquistano o perdono significato a seconda di ciascuna delle prospettive che le neuroscienze aprono ad uno sguardo scientificamente orientato. Una rivisitazione quindi dei metodi clinici descritti, effettuata alla luce delle scoperte dei due autori, ci permette di individuare i correlati neuroscientifici di ciascun modello tecnico. Di questi metodi proponiamo sia una correlazione corrispondente con stati e processi neurocognitivi del paziente, sia una ideale linea di sviluppo lungo la quale essi potrebbero essere collocati. Ben consapevoli, però, che si tratta di un percorso che non viene realizzato in modo rettilineo, ma in modo circolare a spirale (Jung,1927-1931), riteniamo che l’analizzando faccia ripetutamente movimenti a ritroso subordinatamente alle situazioni psicodinamiche e ai problemi psicologici che sta di volta in volta affrontando. La trattazione dei vari metodi seguirà un ordine sequenziale secondo un criterio, a nostro avviso, di profondità del lavoro analitico, in modo da vedere anche dove possono sorgere possibili agiti in contrasto con l’orientamento terapeutico generale teso allo sviluppo della mentalizzazione e del “come se”.

Il vis a vis

Nella prospettiva polivagale di Porges, il vis a vis iniziale di un percorso psicoterapeutico attiva di fatto l’intero sistema nervoso autonomo, sia simpatico sia vagale. È impensabile che un paziente possa arrivare agli incontri iniziali con il terapeuta senza paura, mentre è più realistico ritenere che si presenti con un insieme di paure fantasmatiche, per lui difficili da verbalizzare se non addirittura impossibili da comunicare. È pertanto ipotizzabile che nel vis a vis si realizzi inizialmente una posizione di immobilizzazione ipertonica di origine simpatica associata a paura. Nella prima fase della psicoterapia, infatti, un paziente angosciato, invece di elaborare le angosce primarie legate alla immobilizzazione, assumendo una posizione vis a vis ipertonica con paura ne può subire l’azione in modo inconsapevole, dando luogo a un transfert “agito” invece che “pensato” (assumendo, ad esempio, con il terapeuta un atteggiamento difensivo di compiacimento). Il paziente, infatti,

proprio tramite una distorsione percettiva dello sguardo o della voce o della gestualità del terapeuta, può difensivamente ed inconsapevolmente proiettare sul terapeuta le sue immagini interiori fantasmatiche che lo angosciano, agendo quindi il suo transfert invece di poterlo elaborare nella prospettiva del “come se”. A tal proposito lo stesso Porges (2017) sostiene la possibilità di un errore da parte della neurocezione, fondato sulle memorie distorte del passato. Il vis a vis in questi casi può porsi inconsapevolmente al servizio delle difese in una dinamica relazionale ovviamente basata sul potere della psicopatologia. Nella prospettiva del codice multiplo della Bucci in questa fase del vis a vis, quando predominano gli agiti, ci troviamo di fronte al predominio di una cognizione-comunicazione subsimbolica, bloccata, diremmo noi, nel suo sviluppo verso livelli più alti della cognizione-comunicazione.

Il lettino nella fase iniziale (dalla immobilità con paura alla immobilità senza paura)

Il lettino favorisce il rilassamento associato ad una minore consapevolezza dell’ambiente circostante. Infatti Porges (2017, p. 181), sostiene che in una posizione reclinata (come richiede il lettino) diventiamo letteralmente un organismo “a muscolatura liscia”, cioè vagale. Nella posizione eretta bisogna mantenere invece il tono muscolare e quindi possiamo diventare un organismo interattivo e in grado di coinvolgersi socialmente” (ibid, 2017). Nella posizione reclinata, immobilizzata, specifici processi fisiologici si possono verificare in modo da supportare la salute, la crescita e il recupero delle energie e la mancanza di comportamento sociale non è sintomo di disadattamento, mentre lo sarebbe in presenza di un gruppo di amici(ibid.,2017). È il contesto che definisce se un comportamento sia appropriato o meno. In realtà ciò che accade in un setting analitico è, sì, qualcosa di più complesso, ma le coordinate offerte dalla teoria polivagale sono i pilastri neurobiologici che ci permettono di comprendere meglio l’uso di questo strumento. In effetti, il lettino da un lato immobilizza, con una riduzione dell’attenzione all’ambiente circostante, e quindi potrebbe anche consentire il rilassamento del paziente, con riduzione della paura; ma viene a questo punto da chiedersi: come mai allora lo stesso paziente, insieme ad uno stato di rilassamento, reagisce invece con ansia e meccanismi di difesa? La risposta a questa domanda viene sempre dalla teoria polivagale: il lettino sottopone il paziente ad una immobilizzazione, sì, ma con paura, perché è immerso in dinamiche di potere, di conflitto o di deprivazione, che lo portano a non potersi rilassare. È l’aspetto-paura dell’immobilizzazione che viene ad emergere in maniera prepotente.

Ma quali sono queste paure? La risposta ci viene da Langs (1988): sono le quattro angosce generate da una cornice sicura di lavoro, l’angoscia claustrofobica, quella paranoide, l’angoscia di separazione e, infine, l’angoscia di morte (ibid., 1988). Il lavoro analitico iniziale, infatti, è sulle difese che, suggerisce Porges, vanno trattate in una maniera che non colluda proprio con un loro paradossale rinforzo. A questo punto, integrando queste considerazioni con l’ottica del codice multiplo di Bucci, poniamo in evidenza che il lettino offre al paziente, contestualment,e anche la possibilità di associare il sintomo a specifiche angosce, in particolare alla dimensione fantasmatica di esse. Trattandosi di angosce da un lato molto precise, ma dall’altro lato di significato fantasmatico ancora troppo generico e non episodico, la connessione tra sintomo e fantasma permette un primo abbozzo rudimentale, prodromo di quello che poi diventerà uno schema emotivo. Entrambi gli autori, in proposito, escludono interpretazioni che possano essere definitorie e colpevolizzanti o che possano incrementare i sentimenti di vergogna del paziente, come accade nei trattamenti di esposizione. Evidenziano entrambi, invece, il ruolo positivo fondamentale di quelle difese, intendendole come risorse adattive messe in campo dal paziente proprio in un suo contesto relazionale interiorizzato che si caratterizza per l’assenza della protezione e della sicurezza (Porges,2017) e come livello più basso di uno spettro cognitivo-comunicativo costituito dalla dimensione subsimbolica (Bucci,1997b).

La Sand Play Therapy (dalla immobilità con paura alla mobilità senza paura: il coinvolgimento sociale)

Una volta tornati liberi dal non dover più attaccare o fuggire, possiamo muoverci e giocare. Questa mobilizzazione non è più animata dal sistema difensivo di attacco e fuga, perché il gioco disattiva le difese attraverso una connessione faccia a faccia (Porges, 2017, pag.183). Winnicott, pioniere della scuola delle relazioni oggettuali, pone il gioco in un’area intermedia tra la fase dell’onnipotenza soggettiva primaria, caratterizzata dalla sensazione del bambino di essere lui, con i suoi desideri, a creare ogni cosa e la fase successiva, quella della madre reale; questa fase intermedia, successiva a quella onnipotente primaria, non più edonistica come la prima, è caratterizzata dallo spazio transizionale, costruito soggettivamente ma percepito oggettivamente. Una transizione non traumatica alla realtà oggettiva condivisa, che riesce a preservare l’onnipotenza soggettiva, e, al tempo stesso, ad aprire ad una prima forma di coinvolgimento sociale. Nello spazio transizionale il bambino può giocare con gli oggetti transizionali in un modo creativo che si svilupperà poi in cultura. Lo spazio transizionale è uno spazio sicuro (Porges2017), in quanto è privo degli elementi che rendono insicuro un campo relazionale, cioè le pulsioni eros e thanathos , non è orgasmico, perché in esso si muovono istanze affettivo-emotive mediate dalla connessione faccia a faccia con il terapeuta; pertanto, diventa il campo in cui i due partner partecipano ad una fase evolutiva dello sviluppo, che è anche e soprattutto lo spazio potenziale tra individuo e ambiente, in cui “…si modella, in “tutte le età della vita dell’uomo”, ogni forma di processo mentale creativo che ci permette di sviluppare un’autonomia riflessiva personale e di cogliere l’opportunità di dare un nome personale e un senso alla propria esistenza e al mondo, a partire dalle pregresse esperienze sociali e culturali” (Winnicott,1951-1965).

Bucci, che sponsorizza la fase transizionale come fondamentale per la strutturazione degli schemi emotivi, suggerisce che il sintomo, dopo la connessione con un fantasma di carattere generale, possa poi, in questa fase, essere associato a specifici episodi e immagini che individuano nell’esperienza del soggetto l’azione di quel fantasma generale (per esempio un’angoscia paranoide). Rappresentare, ad esempio, nel gioco dei ruoli oppure nella Sand Play Therapy, delle scene animate da personaggi in miniatura che perseguitano o incalzano altri personaggi e facilitarne l’associazione ad episodi e figure della vita personale del paziente, consente proprio il trasferimento del sintomo dal corpo alla dimensione delle immagini, simboliche ma non ancora verbali. Le caratteristiche fisiche dell’oggetto transizionale sono, originariamente, quelle di un oggetto di qualità tattile-pressoria (pelouche, lembo di coperta, pezzo di stoffa), primi oggetti assimilati dal bambino al “non me”. Sia nel gioco dei ruoli sia nella Sand Play Therapy questi oggetti originari si evolvono verso figure sempre più animate e viventi. In particolare Jung, definendo la Sand Play Therapy come un’attività immaginativa, con il termine attività si pone in consonanza con il concetto di mobilizzazione di Porges, mentre con il termine immaginativa si pone in consonanza con il concetto di rappresentazione nell’ambito dello schema emotivo della Bucci.

L’immaginazione attiva, una fase di livello superiore e successivo a quello della Sand Play Therapy.

In una fase di sviluppo successiva è possibile l’avvento dell’immaginazione attiva, una formulazione concettuale diversa rispetto a quella della Sand Play Therapy, considerata come la realizzazione di un’attività immaginativa. L’immaginazione attiva ( Von Franz,1978) ripropone una fase di immobilizzazione in cui le immagini assumono l’iniziativa di muoversi verso il paziente. In questo senso sono attive le immagini e non più il paziente, che, completamente rilassato nella immobilità senza paura, avendo distolto l’attenzione dall’ambiente circostante, riesce a desaturare i suoi sensi e il suo apparato percettivo dagli oggetti esterni e dal mondo esterno, in cui essi sono continuamente coinvolti. Il paziente, prima avvolto nelle nebbie della progettualità futura e della memoria passata a discapito della consapevolezza fondata sulla presenza mentale, può rivolgersi alle immagini presenti nel suo mondo interiore, entrando in una dimensione cognitivo-comunicativa con quella che Jung definisce la psiche oggettiva.[17]

Ci sembra opportuna, a questo punto, un’ultima riflessione, sul concetto centrale di Porges (sicurezza/fiducia), facendo sempre riferimento proprio alla cornice di lavoro analitico e alle regole del setting. Si tratta di delineare le caratteristiche di sicurezza sia formali sia contenutistiche di un setting analitico, che possano essere fondate su regole di base della vita declinate in psicoterapia come regole precipue che strutturano una cornice di lavoro sicura(Langs,1988).

Seguendo Porges “Il sistema polivagale ama la prevedibilità” (2017). Dunque questa affermazione dell’autore ci dà, a nostro modo di vedere, delle indicazioni molto precise sugli aspetti comportamentali del terapeuta, ad esempio sulla possibile gestione delle assenze. Una cornice stabile di lavoro psicoterapeutico, cioè fautrice di sicurezza e fiducia, prevede che al momento dell’annuncio di ciascuna vacanza, invernale o estiva che sia, essa sia annunciata per tempo, circa un mese e mezzo prima (Langs,1988), associata contestualmente alla informazione circa il giorno e l’ora della ripresa del rapporto psicoterapeutico. Questa prassi, che prevede inoltre di individuare precisamente i periodi di assenza del terapeuta per le vacanze estive e invernali, dovrebbe essere comunicata e concordata sin dal momento del patto iniziale del percorso terapeutico, in modo che per il paziente siano sempre scontate e “prevedibili”. La prevedibilità di cui parla Porges è garantita ovviamente anche dalla stabilità del giorno e dell’orario della seduta .

In conclusione, attraverso questo percorso trasversale ai diversi orientamenti psicoterapeutici, condotto alla luce dei contributi di Porges e Bucci, vorremmo proporre allora che l’utilizzo di uno strumento operativo specifico (vis a vis, lettino, Sand Play Therapy ecc.) sia scelto in funzione della fase di sviluppo psicologico che il paziente al momento sta attraversando, e che non sia invece adottato a fronte di un’adesione dogmatica ad un modello operativo “familiare”, ossia legato alla propria formazione, o a una fedeltà acritica di tipo fideistico ad uno specifico paradigma, che finisce per imprigionare l’analizzando in una unica e parziale fase della psicoterapia, ideologizzata tanto quanto la disciplina a cui fa riferimento. Ciascuno strumento operativo, così selezionato, potrà quindi essere più idoneo, e quindi anche più efficace, e vieppiù essere supportato da una visione neuroscientifica evidence based.

Contenuti ed obiettivi della psicologia analitica alla luce dei contributi polivagale e del codice multiplo

Obiettivo finale di una psicoterapia analiticamente orientata, in un’ottica e in una prospettiva junghiana, è di fatto la realizzazione del processo di individuazione, che, come sappiamo, è caratterizzato dalla realizzazione step by step di fasi della vita e correlati stati di sviluppo sia in termini di maturazione psicologica sia in termini di risposta agli interrogativi esistenziali sul senso della vita. Allora, in quest’ottica, dove si colloca la disamina di Porges? La risposta viene dallo stesso autore. Ristabilire le condizioni di sicurezza interiore del paziente affinché egli possa vivere creativamente[18], ossia immobilizzarsi senza paura per poter accedere alla intimità, al gioco, all’essere abbracciati e all’abbracciare senza paura. In queste espressioni, da psicologi analisti, possiamo ritrovare sul piano clinico l’entrata in gioco proprio dell’archetipo della coniunctio, cioè della unione degli opposti. Gli opposti (ad es. nel caso dell’intimità maschile e femminile) potranno essere chiamati a unirsi in un rapporto conviviale. L’unione degli opposti si presenta come compito esistenziale senza soluzione di continuità proprio ai fini della realizzazione del succitato processo di individuazione.

La mente compassionevole e il Sentimento d’amore primario: i due fattori centrali per lo sviluppo psicologico e per un efficace processo psicoterapeutico

Tramite lo studio di una fase analitica di un “single case”, ingaggiato in questa sede come caso emblematico di una serie di altri casi che hanno seguito, nella nostra esperienza clinica ormai datata, un analogo percorso, pensiamo che sia possibile ampliare l’orizzonte prospettico della neurocezione (Porges, 2017), estendendolo dai limiti funzionali della rilevazione del pericolo in assenza di consapevolezza fino alla rilevazione, sempre in assenza di consapevolezza, sul versante opposto di 180°, delle qualità di accessibilità e di accoglienza dell’Oggetto d’Amore Simbolico di primo piano (Bucci,1997b). Ciò vale per quanto concerne sia i sintomi psicosomatici del paziente, sia le criticità del corpo inerenti ad un percorso fisiologico di vita, cioè, da un lato i cambiamenti impliciti nello sviluppo psicologico-esistenziale dall’infanzia all’età adulta, e, dall’altro lato successivamente, quelli impliciti nella sofferenza, nella vecchiaia e nell’avvicinarsi del fine vita, come già anticipato.

Dell’accessibilità e dell’accoglienza dell’oggetto d’amore ha già parlato diffusamente Bion nella sua trattazione della reverie e dell’identificazione proiettiva-introiettiva (Bion,1970); ma di entrambe l’autore parla solo a proposito dei momenti di criticità della fase iniziale della vita. Noi proponiamo invece, con la descrizione di questo caso clinico, l’idea della indispensabiltà della mente compassionevole e dell’amore primario anche nelle altre fasi della vita , anche in quella finale dell’esistenza. Questa idea ci consente, nel nostro caso specifico, di individuare nella consolazione l’azione dei due fattori summenzionati, quale livello più alto e più profondo dello spettro dimensionale del sentimento amoroso.

Quest’ultimo concetto, la consolazione, molto esplorato in campo teologico e metafisico, non è mai stato studiato a fondo nelle esplorazioni psicoanalitiche né in forma metateorica né in modo standardizzato dal punto di vista statistico, per ovvie difficoltà oggettive.

Per parlare della consolazione è indispensabile, secondo noi, prima descrivere un po’ meglio l’oggetto o l’accadere psichico di sua competenza: l’angoscia di morte in sue due possibili declinazioni semantiche: 1) L’angoscia di morte come angoscia del limite; 2) L’angoscia di morte quale limite e destino dell’umano. Per ciascuna di esse è ipotizzabile uno specifico tipo di consolazione.

  1. L’angoscia di morte come angoscia del limite nella malattia psicosomatica.

L’esperienza del limite inizia alla nascita, secondo alcuni non a caso accompagnata dal pianto del neonato, e continuerà per l’intera vita contrassegnando tutti gli stadi di sviluppo psicologico dell’individuo fino all’esperienza del limite ultimo, quello della morte. Siamo tutti consapevoli che la vita senza la morte non potrebbe sussistere: moriamo in ogni istante in cui intensamente viviamo. Muore poi, in tutti i momenti cruciali di sviluppo della vita, uno specifico assetto di relazioni interpersonali affinché possa nascere un nuovo sistema di rapporti umani. Ad esempio, pensiamo al passaggio dalla minore età all’adolescenza, o dall’adolescenza alla maturità (matrimonio, figli, etc.). Secondo Langs è l’angoscia di morte intesa come senso del limite che impedisce al paziente di “morire” ad un ormai anacronistico equilibrio psicologico di vita e di assetti relazionali per rinascere a nuovi equilibri e contesti relazionali. Il disturbo psicosomatico allora , paradossalmente, da un lato si oppone al cambiamento, in un’ottica analitica classica, dall’altra però, in termini adattivi , costringe il paziente anche alla percezione del senso del limite , insito nella sua sofferenza, e alla correlata angoscia di morte, da cui fino ad ora si era protetto evitando la “follia” del suo disturbo emozionale (Langs, 1988) ovvero “la follia” del vivere il suo disturbo ad un livello emotivo affettivo.

  1. L’angoscia di morte come destino dell’umano.

Sempre Langs pone come assunto di base dell’intera sua teoria psicoanalitica il principio che l’angoscia di morte sia il motore di tutte le forme di sofferenza mentale, da quelle più lievi, tipiche dei disturbi d’ansia, alle più gravi psicosi. L’autore (1988) mette al centro l’angoscia della morte intesa quale destino dell’umano, di vivere l’angoscia del proprio annullamento, dell’annichilimento assoluto della propria vita. Riferisce, però, questo stato d’animo anche alla reazione che può determinare nel paziente una cornice di lavoro sicura, delimitata dalle regole del setting, che declinano nell’assetto della seduta psicoterapeutica le Regole di Base della vita. Nel caso da noi preso in considerazione rientrano sia l’angoscia di morte dettata dal senso del limite, causato dalla malattia psicosomatica, sia la condizione esistenziale di avvicinamento al fine vita per una età avanzata associata ad uno stato di salute sempre più precario. Una ferita molto più profonda e più grave del ruolo di guaritore tocca al terapeuta che si confronta con la malattia ad esito sicuramente infausto. Il confronto questa volta è proprio con la morte. La sfida per lo psicoterapeuta sembra andare al di là delle sue risorse di resilienza. Se estremamente stressanti per lui sono le ferite che gli producono le dinamiche psicosomatiche del paziente, lo stress più radicale a cui egli è sottoposto è il confronto con la prognosi di morte concreta ed imminente. Questa prognosi espone lo psicoterapeuta alla madre di tutte le angosce: l’angoscia di morte quale destino dell’umano.

Il Nulla

In una prospettiva dall’orizzonte limitato esclusivamente alla dimensione antropologica, la morte è una esperienza che non produrrà alcuna conoscenza per noi, perché rappresenta la nullificazione di ogni nostra pregressa o potenzialmente futura conoscenza (Jankélévitch V.,1994). Non essendo un’esperienza che si iscrive nel corso di una vita che prosegue, è un evento catastrofico (Bion,1970) e, al tempo stesso, un mistero. Come la nascita, per il nulla che la precede, anche la morte può essere definita come un mistero per il nulla che la segue. La malattia “psicosomatica” a priori per tutti noi è la nostra finitezza. Benché il terapeuta sia lì, nel suo studio, per vivere e far vivere, c’è una cosa sola contro la quale non può nulla in quanto uomo, ma che lo definisce come uomo: il fatto di dover morire. Tutti gli uomini sanno di dover morire, ma in realtà non ci credono. Se la morte riguarda una prognosi infausta per il paziente, le cose da un punto di vista psicodinamico non cambiano solo nella forma, ma anche nella sostanza. In questo caso lo psicoterapeuta viene coinvolto nella morte del paziente, ma non ci sono azioni che possano produrre cambiamenti. La morte ci porta dalla forma e dall’esistenza al nulla. In una prospettiva esclusivamente antropologica, derubricata dal livello metafisico-teologico, come accade nell’umanesimo ateo (De Lubac,1945), è ovvio che la vita si riduca a tre assiomi fondamentali (sesso, soldi e potere).

Sia l’angoscia di morte quale senso del limite sia l’angoscia di morte quale destino dell’umano richiedono la consolazione. Per arrivare ad una descrizione approfondita della consolazione, è secondo noi indispensabile delineare il continuum dimensionale di sviluppo dei sentimenti di una mente compassionevole (Porges) e amorevole (Bucci), dal livello di base a quello di massima elezione:

  1. La Notazione, tramite la quale il terapeuta registra oggettivamente ciò che sta accadendo al paziente (Bion,1963): ad es.=lei oggi ha un’espressione di paura. Questo processo, letto in termini di neurocezione (Proges 2017) istituisce la sicurezza come assetto di base della relazione terapeuta-paziente. Riferimento originario è la sintonizzazione affettiva della madre che riesce a comunicare al proprio figlio non solo che ha capito i suoi segnali, ma che ha colto il vissuto emotivo sottostante a quel comportamento e lo utilizza per regolare lo stato affettivo dell’altro. Secondo Stern (2005) il processo chiave che permette questo tipo di comunicazione è proprio la sintonizzazione affettiva, un processo trasmodale, continuo e, in parte, inconsapevole che permette di condividere gli stati affettivi.
  2. La Simpatia: il termine simpatia deriva dal greco, parola composta da sun +pasco, che letteralmente significa “patire insieme”. Ad es., si può definire come un’inclinazione istintiva di gradimento verso qualcuno o qualcosa. Nasce quando i sentimenti, le emozioni di una persona provocano simili sentimenti anche in un’altra, creando uno stato di “sentimento condiviso”.
  3. L’Empatia: termine che deriva dal greco, composto da in + pasco; è la capacità di entrare attivamente nella situazione emotiva di un’altra persona comprendendo immediatamente i processi psichici dell’altro; le neuroscienze attribuiscono ai neuroni a specchio questa capacità (Rizzolati,2019); ad esempio, se io vedo un bambino picchiato da un adulto provo i suoi medesimi sentimenti , il suo dolore e mi sperimento come bambino picchiato.
  4. La Pietà: è un sentimento di compassione che si prova davanti alle sofferenze e all’infelicità altrui; può essere anche un sentimento verso un familiare: pietà filiale come quella del pio Enea che si faceva carico dell’anziano padre;
  5. La Comprensione: il terapeuta può dire al paziente: “oggi nel parlarmi di questo argomento/episodio mi sta chiedendo di accogliere il suo dolore/ le sue emozioni”;
  6. La Compassione: oppure: “Lei oggi mi sta chiedendo di esserle vicino in questo momento di grande sofferenza/gioia”;
  7. L’Identificazione proiettiva-introiettiva[19]: ad esempio, all’inizio di un percorso psicoterapeutico, alle reazioni fantasmatiche del paziente suscitate dalle regole del setting: “Lei mi sta dicendo che sono nei suoi confronti oppressivo tramite i confini del nostro rapporto che le ho da poco comunicate (angoscia claustrofobica); le voglio fare del male, mi piace farla soffrire, umiliarla per il bisogno che ha di me (angoscia paranoide) ; sono duro di cuore perché, mentre mi sta parlando delle sue emozioni, all’orario stabilito dò comunque fine al nostro incontro ( angoscia abbandonica, di separazione). Quindi lei è angosciato perché non può disporre di me subito, quanto desidera e quando ne avverte il bisogno (angoscia di morte intesa come angoscia del limite). Ed allora, per non soffrire il dolore per la mia assenza e il senso di solitudine che avverte, cerca di proteggersi tenendomi a distanza mediante l’attribuzione a me di tutto ciò che è un male per lei e le produce sofferenza”;

L’identificazione proiettiva , nella prospettiva polivagale mostra anche , nella sua funzione di strategia difensiva, un significato adattivo al servizio della sicurezza proprio del paziente quando ha dovuto affrontare il rischio del pericolo relazionale percepito tramite la neurocezione in una relazione in cui venivano disconosciuti proprio i suoi bisogni di sicurezza. Questo assetto adattivo viene riproposto dal paziente al terapeuta proprio per la sua ricerca di una relazione che gli consenta di ritrovare quella base sicura (Bowlby) che gli è mancata e che ha bisogno di risperimentare ai fini della ripresa del suo sviluppo psicologico.

8)La Consolazione: per quanto attiene a questo ultimo livello di espressione dell’amore di una mente compassionevole, dobbiamo immaginare due tipi di consolazione, uno orientato al cambiamento del paziente, indispensabile per la sua uscita da una situazione di sofferenza psichica, e un altro tipo invece teso a creare le condizioni relazionali con il paziente che possano consentirgli l’accettazione, anche se dolorosa e disperante, di una condizione ineluttabile; ecco un esempio di ciò che il terapeuta potrebbe dire per il primo tipo di consolazione: “Lei ora sta provando un dolore infinito fino alla disperazione per la vissuta impossibilità di uscire dalla situazione di sofferenza in cui si trova a causa dei rapporti che gliela procurano”; oppure, come esempio del secondo tipo di consolazione: “Lei ora sta provando un dolore infinito fino alla disperazione per la ineluttabilità di quello che le sta accadendo e mi sta affidando perciò le sue lacrime e con esse tutto sé stesso La chiave di lettura polivagale ci consente di intravedere nella consolazione anche una funzione di sicurezza (Porges2017) che produce il contenimento e l’ elaborazione della paura”. della morte da parte del paziente e la conseguente trasformazione della sua personalità.

È superfluo sottolineare che le esemplificazioni riportate non possono esaurire le possibili comunicazioni di un terapeuta ad un paziente e, meno ancora, che possano essere utilizzate come cliché analitici, perché, a livello di neurocezione, per essere efficaci devono corrispondere a stati interiori del terapeuta. Tuttavia possono essere viste come esempi emblematici di chiarimento in modo più puntuale della tesi che cerchiamo di proporre.

Volendoci soffermare, infine, sull’ultima dimensione, la più evoluta, cioè la consolazione, ci accingiamo ora a trattare questo tema in modo più articolato.

La Consolazione

Non ha nulla a che vedere con gli altri livelli di una mente compassionevole, cioè la simpatia, l’empatia, la pietà o la compassione, che pure hanno una loro funzione vitale nel rapporto terapeuta-paziente. Cosa significa consolare il paziente? Con tale termine non designiamo uno stato d’animo solo cosciente, ma un evento che ha due dimensioni, una conscia ed una inconscia. Consolare (cum-solare) è fare l’esperienza dell’avvento interiore bipersonale (nel terapeuta e nel paziente) di una calda e luminosa solarità spirituale (la luminosità solare indica la componente cognitiva e il calore l’elemento affettivo, n.d.a.). Bion chiama reverie lo stato della mente che fa da prodromo alla consolazione, stato che definisce anche di memoria sognante, uno stato cioè che è simultaneamente conscio ed inconscio. La definisce anche come Fede, intesa come uno stato della mente, che può essere raggiunto con una disciplina di ascesi spirituale che liberi le facoltà psichiche (sensorialità, intelletto, memoria, volontà) dai loro attaccamenti agli oggetti mondani. Le succitate facoltà dell’anima, riunite in un punto adimensionale interiore, immacolato rispetto a tutti gli attaccamenti mondani, denominato dall’autore “fondo dell’anima” (Eckhart,1314), restando insature, possono essere rivolte verso il mondo interiore per una esperienza e conoscenza di realtà psichiche e spirituali. Emerge così dal profondo lo stato mentale di Fede nella Realtà Ultima (Bion,1970). Bion, a proposito del fondo dell’anima, cita anche S. Giovanni della Croce: attraverso le notti oscure dell’anima, così denominate dal mistico, si può giungere al “fondo dell’anima”. La sintonia con la Realtà Ultima [20] è per Bion un prerequisito fondamentale per l’analista che si cimenta con l’inconscio profondo. La Consolazione, secondo lo psicoanalista londinese, è indispensabile per sciogliere le angosce di morte del neonato, in una prospettiva di sviluppo psichico. Secondo noi, essa è altrettanto indispensabile per alleviare le angosce di morte di ciascuno di noi sia di fronte agli inevitabili passaggi critici della vita sia di fronte all’ineluttabilità della nostra ed altrui fine personale, in una prospettiva di realizzazione e di conoscenza del senso profondo della vita di ciascuno.

La Consolazione dell’angoscia di morte sia come acquisizione del senso del limite sia come confronto con la morte come umano destino: un caso clinico

Il paziente di cui vogliamo parlare, poco incline all’utilizzo di simboli religiosi verbali poiché ateo, già oggetto di altre nostre pubblicazioni (Grassi-Berivi,2018), è un ex giocatore d’azzardo affetto da una grave forma di malattia neurologica, complicata da ipertensione, diabete, pregressi infarti e difficoltà visive e posturali molto accentuate, nonché da una colite spastica cronica molto grave. Avendo superato i 70 anni, dati i suoi acciacchi, sta riflettendo sulla possibilità di morire tra non molto tempo. L’angoscia di morte si è da tempo instaurata al centro dei suoi pensieri consci ed inconsci. Rappresenta questo suo stato psichico e le modalità difensive adottate contro l’angoscia di morte tramite la seguente scena costruita nella sabbiera (Scena 1), che fa da prodromo alla possibilità di vivere in prima persona, secondo il codice simbolico-verbale, le emozioni e i sentimenti correlati alla consapevolezza della propria finitudine.

Scena n.1 (Il Fantasma)– : l’angoscia di morte e le strategie difensive contro di essa: la violenza primitiva, un’ anima guerriera, l’essere sempre in conflitto con il mondo, il narcisistico sé grandioso da reuccio in tutti i contesti relazionali

Immagine che contiene interni, tavolo, sedendo, letto Descrizione generata automaticamente

Il confronto cosciente con le sue strategie difensive inconsce dall’angoscia di morte convince il paziente ad abbandonarle e a confrontarsi con la “grande falciatrice” ossia la morte.

Scena n.2– La Grande falciatrice, La Morte , posta al centro dell’attenzione della sua coscienza.

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Subito dopo la seduta in cui la morte, come abbiamo detto, campeggia al centro dell’attenzione del paziente, quest’ultimo fa il seguente sogno:

“Assisto ad una cerimonia funebre secondo un rito orientale: Un monaco anziano cosparge il cadavere di alcool e gli dà fuoco. Vedo carne e visceri bruciare fino a quando il morto non è ridotto al solo scheletro. Sono preso da orrore e terrore”.

In seguito al racconto del sogno del paziente, il terapeuta sperimenta durante la seduta, in alcuni momenti, gli stessi orrore e terrore del proprio paziente e nella notte successiva alla seduta fa due sogni:

uno in cui, da morto, fuori dalla scena onirica, piange da solo disperatamente per la perdita di tutte le persone a cui è affettivamente legato; un colpo mortale alla sua dimensione relazionale (al suo coinvolgimento sociale, direbbe Porges, 2017), un dolore infinito;

l’altro, subito dopo, in cui piange disperatamente, sempre da solo, guardando da morto il mondo dei vivi, perché percepisce il suo non esserci più, il suo non essere più nulla mentre gli altri, che sono stati al suo funerale, tornano alle loro occupazioni quotidiane; anche per loro non esiste più, questa volta un colpo mortale alla sua identità esistenziale.

In una forma di elaborazione interiore me/not-me, il terapeuta, tramite un’identificazione introiettiva del not-me costituito dal paziente, ritrova dentro di sé a livello conscio, quelle emozioni forti, orrore e terrore, tanto forti quanto indifferenziate nel loro significato. È il suo inconscio, cioè la sua neurocezione del pericolo, che gli fa trasformare orrore e terrore da emozioni indifferenziate in simboliche non verbali (Bucci), cioè in immagini oniriche specifiche, seguite poi dal significato verbalmente espresso di perdita della propria identità esistenziale e degli affetti più cari.

La Consolazione del terapeuta

Questi vissuti inconsci del paziente ora sono i suoi (onirici e coscienti). Il terapeuta può così comunicare all’analizzando che comprende il suo terrore di perdere tutti i suoi affetti personali e l’orrore del non esserci più come persona. Il paziente piange. Questa interpretazione analitica da un punto di vista di mente compassionevole è un atto di consolazione. Non lo diciamo noi, ma lo conferma l’inconscio del paziente tramite la scena rappresentata nella sabbiera durante la seduta successiva :

Scena 3),: La Pietà .L’interessato pone nella sabbiera la Pietà di Michelangelo e, vicino, uno scrigno. Immagine che contiene interni, tavolo, sedendo, letto Descrizione generata automaticamente

Riferisce inoltre, poco dopo, anche un sogno di ulteriore conferma dell’interpretazione:

“Osservo un quadro molto grande che mi è di fronte: su di esso ammiro tutto lo spettro dei colori dell’arcobaleno che sfumano l’uno nell’altro in maniera quasi impercettibile. Sullo sfondo dell’arcobaleno compare l’immagine della Madonna. Mi prende un senso di pace.”

Dopo questo sogno il paziente perde improvvisamente e definitivamente uno specifico tic verbale da sempre dominante e persistente, riferito alla sua compagna (Devi morì!). Guarisce così anche da un sintomo psicosomatico.

Due notazioni finali su questo sogno: la prima è che a livello di io conscio questo paziente è, come dicevamo prima, decisamente ateo.

La seconda è che, pur non avendogli il terapeuta mai parlato di un Dio e/o di religione nel rispetto della propria neutralità professionale psicoanalitica, l’inconscio profondo condiviso paziente-terapeuta ricorre alla immagine della Consolazione della Madonna per produrre sia effetti oggettivamente terapeutici, come la risoluzione del sintomo-tic e la scomparsa dei comportamenti molto violenti riservati alla sua partner, sia lo scioglimento doloroso della sua angoscia di morte in un sentimento di pace, associato quest’ultimo alla la sua nuova ed improvvisa disponibilità ad occuparsi oblativamente e con tenerezza delle vulnerabilità fisica e psicologica della sua compagna.

Prima era accecato dalla nebbia del suo radicale egoismo, della sua violenza agita verso la propria donna e dall’uso utilitaristico di lei tramite la gestione manipolatoria delle sue malattie, in nome delle quali si faceva “servire” in tutto e per tutto come un invalido, sfruttandola continuamente.

Nella scena 3 , con l’immagine della Pietà di Michelangelo, il paziente rappresenta simbolicamente la Consolazione ricevuta non tanto dall’io conscio del terapeuta, che ha funzionato da decodificatore tramite la sua stessa psiche profonda, ma dal Fondo dell’anima collocato al centro dell’inconscio universale unico ed unitario a cui appartengono entrambi, paziente e terapeuta. La Grande Madre, in quanto archetipo nella sua accezione “sana”, ossia non matriarcale, produce un senso di pace. Il terapeuta, in questo caso, si è solo fatto strumento di una Consolazione che forse potrebbe avere origini transpersonali. L’inconscio profondo del paziente ci comunica anche, attraverso la scena, che la Consolazione è un bene preziosissimo, un valore enorme, custodito in uno scrigno nascosto nelle profondità dell’inconscio. L’immagine della Madonna nei sogni di trasformazione del nostro paziente, come di svariati altri pazienti che abbiamo incontrato, ci ha suggerito di confrontarci con l’oggetto specifico della consolazione: la disperazione. E proprio l’immagine della vergine ci ha associativamente condotti alla figura che, probabilmente, ha vissuto il più alto grado di disperazione: Cristo. La chiave di lettura archetipica della psicologia analitica ci consente, in questa sede, di affrontare questo delicato argomento non in una prospettiva teologico-metafisica, non attinente al senso del nostro lavoro scientificamente orientato, ma in una prospettiva archetipica, cioè esperienziale-cognitiva, intendendolo sul piano antropologico come un mitologema che fa parte dell’inconscio collettivo umano.

L’esempio emblematico della disperazione dettata dall’angoscia di una morte reale imminente vissuta nella più completa solitudine: Cristo nel Getsemani

Un’analisi psicologica del dramma dell’uomo Cristo di fronte alla morte non ci risulta essere mai stata condotta secondo i criteri archetipici della psicologia analitica. Mettendo fenomenologicamente tra parentesi il significato religioso di Gesù come figlio di Dio, e cogliendo il significato simbolico della sua figura, possiamo pensare che la sua esistenza storica e le sue vicissitudini ci dicano molto sulla nostra realtà umana e sulle angosce e i drammi che ciascun uomo deve comunque affrontare emotivamente, senza per questo essere etichettato come malato. Ciò che accadde infatti a Cristo dinanzi alla prospettiva della sua morte imminente, da un lato potrebbe essere definito come un sintomo psicosomatico (in una ottica di trattamento di esposizione), mentre dall’altro ci consente, ad un livello, oseremmo dire, psicologico-archetipico, di liberare l’evento psicosomatico dallo stigma psicopatologico della devianza psichica e vederne l’aspetto adattivo.

Finora abbiamo incontrato pochissimi riferimenti, non certo psicoanalitici, al sudare sangue di Cristo nel podere del Getsemani di fronte alla prospettiva della propria morte imminente. Secondo una diagnostica medica improntata allo stigma, Gesù in tale occasione potrebbe aver subito una forma psicosomatica di ematoidrosi (sudare sangue), una sindrome affine alla porpora emorragica, ma molto più grave, e che secondo le attuali ricerche è eziologicamente causata da una condizione di acutissimo stress, derivante dalla minaccia per la propria sopravvivenza. Cristo quindi avrebbe subito un’affezione psicosomatica acuta di fronte alla imminenza della propria morte. In altri termini, avrebbe sperimentato sulla propria pelle di uomo l’angoscia di morte e non ha trovato intorno a sé nessuna consolazione, benché l’avesse richiesta più volte[21] ai suoi discepoli i quali si addormentavano, invece, nell’incoscienza dell’io.

Ma di quale natura è il sonno dei discepoli in prossimità della morte del loro maestro? Potremmo avanzare l’ipotesi della spada con cui un discepolo , seguendo la legge del taglione, stacca un orecchio ad uno dei congiurati, cioè la scissione diabolica tra bene e male, in cui la morte si agisce gli uni contro gli altri (dare e ricevere morte: il demone della violenza da cui era affetto il Caravaggio [Resca G.,2001]) .[22]. Anche Gesù uomo, nella circostanza della sua fine imminente, incontra però, nella sua sconfinata solitudine, la Consolazione, quella di un angelo disceso dal cielo. Come dono di Cristo risorto, per quelli “che non hanno visto”, la consolazione è presente nell’inconscio collettivo profondo dell’intera umanità (Jung C.G.,1927,1955) ed è simboleggiata dall’immagine della Madonna, come fondo dell’anima universale. Tocca però al singolo ritrovarla dentro di sé, meglio se tramite la mediazione di un altro essere umano. Che Maria sia una figura archetipica di Grande Madre nell’inconscio collettivo umano ci sembra dimostrato proprio dalla sua comparsa nei sogni e nella Sand Play Therapy di pazienti che, come nel nostro caso, sono dichiaratamente e radicalmente atei sia nei loro sistemi consci di valore sia nei loro conseguenti comportamenti.

Conclusioni

Il “fondo dell’anima” , simboleggiato dall’archetipo della Grande Madre Universale Salvific, è la condizione della totale intelligibilità, dell’assoluta chiarezza derivante dalla piena comprensione. Il suo correlato neurologico potrebbe essere a nostro avviso individuato nella coscienza nucleare del tronco encefalico, la pagina bianca di Solms (2002). L’uomo interiore spirituale conosce diversamente dall’uomo esteriore: la sua conoscenza supera quella di tutte le creature allo stesso modo in cui la conoscenza del “bianco” da parte di chi possiede come essenza la “bianchezza” supera quella di chi conosce il “bianco” solo in base agli oggetti di tale colore che ha visto (Bucci,1997). La psicologia analitica, con la sua clinica, ci dimostra che questa prospettiva di rinascita interiore, per essere autentica, non può che emergere dall’inconscio profondo universale. Nella consolazione si ritrovano, in una sintesi fondata sulla reciproca complementarietà, l’atteggiamento di mente compassionevole (Porges) e il sentimento d’amore che esso produce e che diventa la funzione centrale di organizzazione di tutti gli schemi affettivi nell’oggetto simbolico primario che si instaura così al centro della vita psichica del paziente (Bucci).

Il fondo dell’anima (Eckhart M.,1314) sembra coincidere con il sentimento d’Amore (Bucci,1997) e con lo stato di Mente Compassionevole (Porges,2017, da Gilbert,2010). La sua comprensione risolve l’opposizione dei contrari e, come il sole che «sorge sopra i malvagi e sopra i buoni» (Vangelo,Mt 5,45), si rivolge con pari tenerezza sia ai “buoni” che ai “cattivi”, consentendo in tal modo la conciliazione tra il Bene e il Male.

Ci chiediamo se non sia troppo ardito l’accostamento neuroscientifico della dimensione psichica designata come fondo dell’anima allo stato di consapevolezza pura della Coscienza Nucleare, alla Mente Compassionevole e all’Oggetto Simbolico di primo piano L’immagine della Grande Madre Celeste ne è la rappresentazione psichica prodotta dall’inconscio collettivo profondo nella psiche individuale e sociale. Comprensione, mente compassionevole e sentimento amoroso sono, però, anche i tre pilastri della Consolazione. Ci è sembrata utile, quindi, una riflessione sui contributi neuroscientifici di Porges e Bucci anche per quanto attiene al fattore centrale di cambiamento e di guarigione di un paziente. Si intravedono così, nel caso dei due autori, non solo ulteriori prospettive di ricerca neuroscientifica in campo psicologico-analitico, ma anche le implicazioni filosofiche e la visione di vita a cui conducono le loro ricerche neurocognitive.

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  1. Alessitimia è il nome che diamo alle difficoltà di identificare e descrivere ciò che sentiamo (Sifneos,1976).
  2. Operatorio è il nome del pensiero che spesso accompagna lo stato alessitimico, un pensiero iperrazionale, concreto, privo di coloritura affettiva e di dimensione simbolica.
  3. Solms (2002), in un testo ormai classico, definisce la coscienza nucleare come uno ‘stato di consapevolezza pura’, una pagina bianca, con sede nel tronco encefalico, su cui scrivono tutte le afferenze provenienti dai vari sottosistemi del sistema nervoso centrale; essa si differenzierebbe, quindi, dalla coscienza estesa, di competenza corticale, che invece rappresenta uno stato di consapevolezza degli oggetti del mondo esterno. In questo modo Solms ridimensiona le competenze corticali sul funzionamento della coscienza nella sua globalità..
  4. Il concetto di codice di Bucci, essendo riferito all’area del linguaggio, può essere definito come una “forma” di cognizione e comunicazione.
  5. Le nozioni di simbolo e di processo di simbolizzazione sono elaborazioni dell’informazione (Fodor e Pylyshyn, 1988). I simboli sono quindi definiti come unità discrete che si riferiscono o che rappresentano altre entità, possono essere ricombinati seguendo le regole processuali dei sistemi. I simboli psicoanalitici sono sotto-insiemi dei simboli intesi in questo senso generale.
  6. Per W. Bucci uno schema emotivo è concepito come uno schema di immagine-azione operante all’interno o al di fuori della coscienza. L’attivazione di uno schema emotivo consiste in terrore, senso di perdita, disperazione, piacere, desiderio. Esso si manifesta con patterns di avvicinamento o attacco e fuga. Può essere attivato senza uno stimolo esterno o un bisogno interno.
  7. L’attività referenziale è un processo che trasferisce l’esperienza episodica ad una dimensione concettuale più astratta, in cui uno schema emotivo acquista una denominazione e queste denominazioni si connettono con altre parole nelle gerarchie del linguaggio verbale. Per questo motivo concetti altamente simbolici astratti, come bellezza, bontà, giustizia e verità (ibid.,1997b) sono meglio compresi se espressi con esempi e ricordi di episodi specifici, tramite un processo referenziale efferente, in discesa, dal sistema simbolico verbale a quello non verbale simbolico, fatto di immagini e azioni, cioè costituito dagli schemi emotivi. Ad esempio, la conoscenza che l’infante si fa della madre avviene tramite fattori subsimbolici e schemi emotivi, in cui notevole importanza acquistano l’esperienza viscerale neurovagale e le concomitanti reazioni motorie organizzate (scalciare, succhiare, piangere, aggrapparsi-ibid.,1997) Per Processo Referenziale Bucci intende un insieme di fasi funzionali (ibid.1997b) che descrivono il processo cognitivo del trasferire materiale non-verbale, che esiste fuori o all’interno della consapevolezza, in una forma traducibile con il linguaggio. Il processo è bidirezionale, in quanto le entità semantiche per loro natura verbali, come le parole pronunciate da altri o quelle che leggiamo, possono essere tradotte nella loro forma non-verbale. Il processo referenziale è costituito da tre fasi: arousal, simbolizzazione e riorganizzazione. Le tre fasi avvengono spesso in ordine, anche se alcune di loro possono presentarsi recidivamente, specialmente le fasi di simbolizzazione e riorganizzazione. La ricerca empirica (Kingsley, 2010; Khan,Murphy, Bucci &Maskit, 2010) ha evidenziato che le componenti del processo referenziale sono distinguibili attraverso il livello di attività referenziale, per come questo viene misurato dal WRAD (Weighted Referential Activity Dictionary) o dal metodo di accordo tra i giudici. Ogni fase del processo è definita dal suo variabile grado di connessione tra sistemi verbali e non, e tra sistemi simbolici e subsimbolici.
  8. Il concetto di archetipo di Jung come categoria a priori di esperienza e di conoscenza è strutturalmente costituito da un pattern of behaviour istintuale nella sua dimensione biologica e da una dimensione immaginale nel suo livello rappresentazionale. Esso comprende, in quanto categoria a priori di esperienza, l’esperienza sia senso motoria sia viscerale, propria del codice subsimbolico e simbolico non verbale della Bucci, e nel suo aspetto di conoscenza comprende la dimensione immaginale sia del codice simbolico non verbale sia di quello simbolico-verbale. Lo schema emotivo della Bucci potrebbe trovare un suo corrispettivo analogo nel concetto di Complesso di Jung non elaborato sul piano conscio-verbale e definito dall’autore come un insieme di immagini unite da una forte tonalità affettiva, di derivazione dall’impatto tra archetipo ed esperienza vissuta (Jung,1927-1931).
  9. La neurocezione è il processo attraverso il quale il sistema nervoso effettua una valutazione del rischio o della sicurezza dell’ambiente relazionale in cui si trova la persona senza ricorrere alla consapevolezza (Porges, 2004; 2017,pag.19). La neurocezione produce sensazioni a livello di pancia o di cuore o anche una sorta di intuizione sull’ambiente e le persone circostanti. La neurocezione può anche essere sbagliata (Porges,2017,p.20), ma in questo caso sarebbe opportuno e necessario esplorare le distorsioni relazionali vissute dal paziente nel suo ambiente originario da bambino e nel suo contesto attuale di vita da adulto.
  10. La sicurezza è definita dal sentirsi sicuri e non dalla rimozione della minaccia. Il sentimento di sicurezza è caratterizzato da tre condizioni: la prima, che il sistema nervoso autonomo non sia in un atteggiamento difensivo, la seconda che sia in uno stato di attivazione del sistema di coinvolgimento sociale affinché possa ridursi l’attivazione simpatica e crearsi una omeostasi tra lo stesso simpatico e il sistema vagale, la terza che sia possibile rilevare indizi di sicurezza tramite la neurocezione, come vocalizzazioni prosodiche, espressioni facciali e gesti positivi.
  11. Il sistema di coinvolgimento sociale è costituito dall’insieme di due componenti, una somatomotoria, che si avvale di vie efferenti viscerali speciali regolanti i muscoli striati della faccia e della testa, e una visceromotoria, che coinvolge le fibre vagali sopradiaframmatiche mielinizzate che regolano cuore e bronchi. Da un punto di vista funzionale, la sua attivazione scaturisce da una connessione cuore-faccia che integra la frequenza cardiaca con l’attività dei muscoli della faccia e della testa. All’inizio della vita questo sistema coordina la suzione, l’ingestione, il respiro e la vocalizzazione. Disturbi di questo coordinamento nelle fasi precoci della vita si riflettono in difficoltà nel comportamento sociale e nella regolazione emotiva nella fase adulta(ibid.,pp.20-40).
  12. Analogamente possono agire tutti i trattamenti di esposizione. Per trattamenti di esposizione si intendono tutti quelli che hanno come assunto di base il criterio secondo il quale esistono come entità discrete processi psicofisiologici e organizzazioni psicopatologiche, ciascuno compreso nella specifica area della salute o della malattia mentale. In questa dicotomizzazione si intravede un implicito giudizio ed una latente differenziazione tra ciò che è sbagliato e ciò che è giusto. Tale tipo di approccio coinvolge non solo il problema psichico della persona, ma la persona medesima che sarà giudicata anch’essa o giusta o sbagliata. L’interessato avvertirà con la neurocezione questo pregiudizio come un pericolo, e ricorrerà a difese sempre più antiche e primitive. Ecco il corto circuito!
  13. Per questa affinità con il pensiero di Gilbert, onde consentire al lettore di cogliere la sola differenza terminologica per quanto concerne lo stesso concetto di amore in Bucci e Porges, utilizzeremo l’espressione di Mente Compassionevole per indicare il sentimento dell’amore in Porges e l’espressione Sentimento di amore per designare l’amore di cui parla Bucci. .
  14. Porges (2003, 2007) afferma che le componenti mieliniche del sistema vagale si siano evolute insieme al sistema dell’attaccamento con la proprietà di inibire i comportamenti di difesa nei confronti della minaccia (modulando l’attività simpatica) e di ricerca di un equilibrio, promuovendo la comparsa di uno stato fisiologico di calma e piacere che deriva dalla vicinanza interpersonale e dai comportamenti affiliativi. I segnali di sicurezza interpersonale incrementerebbero la capacità di chi li riceve di auto-tranquillizzarsi quando viene a trovarsi in condizioni di stress.
  15. La Sand Play Therapy, o Terapia con il gioco della sabbia, nasce da una intuizione della psicologa svizzera Dora Kalff (1904-1989), allieva di Carl Gustav Jung. Essa può definirsi un metodo di psicoterapia analitica che utilizza le risorse creative dell’individuo, tramite l’integrazione della comunicazione verbale con la costruzione di scene che permettono di contattare ed elaborare nodi conflittuali arcaici. La Sand Play Therapy utilizza come materiale un vassoio a forma di cassetto di dimensioni pari al campo visivo di una persona posta a circa 75-100 cm di distanza, contenente della sabbia per metà della sua altezza e affiancato da scaffalature su cui si trovano tantissime miniature, rappresentanti l’intero universo fisico materiale, vivente e fantastico-mitologico-religioso di tutte le latitudini, dalla preistoria ad oggi. Nello spazio della sabbiera il paziente ha la possibilità di rappresentare non solo contenuti inconsci della sua vita infantile personale, ma anche contenuti riconducibili alle predisposizioni archetipiche primordiali teorizzate da Jung. Il vassoio di sabbia si pone come spazio libero e protetto all’interno del quale, dal confronto con gli elementi inconsci personali e transpersonali che possono trovarvi rappresentazione, scaturisce un processo di trasformazione psichica e uno sviluppo più armonico della personalità, in linea con le potenzialità dell’individuo. Seguendo i contenuti che emergono dal paziente, lo psicologo analista facilita il confronto tra coscienza ed inconscio, favorisce l’integrazione psichica e il recupero del rapporto con il Sé individuale originario. La Sand Play Therapy fornisce uno strumento comunicativo simbolico anche a chi non ha parole per esprimere il proprio malessere (vedi codice simbolico non verbale di Bucci), tramite una rappresentazione del proprio il mondo interno così come si è costellato. In questo modo, la funzione creatriva dell’attività immaginativa libera l’uomo dai vincoli che lo imprigionano nei ruoli che incarna, elevandolo al meta-ruolo di colui che gioca.
  16. Intendiamo per “ideologizzazione” quel processo per cui una teoria e i suoi metodi applicativi sono dati come esplicativi dell’intera realtà umana. Ad esempio, per Freud, l’uomo è una bestia che, dissolto il Super io, si manifesterà come un bambino perverso polimorfo. L’ideologizzazione teoretica, che dovrebbe, in realtà, riconoscersi solo come un paradigma interpretativo dell’essere umano, assume di per sé un valore assolutistico in quanto in quanto ritiene di poter spiegare, completamente, cioè al 100%, la realtà psichica dell’uomo.
  17. In questa fase di sviluppo psicologico, a cui pochissimi pazienti accedono, non è più il segno o il sintomo il fattore predominante, ma è l’inconscio collettivo che con le sue immagini può comunicare all’ex “paziente” il senso autentico interiore della sua vita, e la via da percorrere per la sua realizzazione. La stessa immobilizzazione senza paura, con fini analoghi, caratterizza ad esempio la meditazione zen orientale, o il ritiro spirituale occidentale dei mistici asceti. In questo caso il terapeuta è chiamato ad essere un compagno di viaggio nell’interiorità dell’analizzato, ma mantiene sempre la funzione di sostegno e di cornice sicura indispensabili anche per siffatto percorso.
  18. La sicurezza: saranno gli esponenti della psicologia delle relazioni oggettuali a esplorare per primi in campo psicoanalitico, la sicurezza come fattore essenziale per lo sviluppo psicologico dell’essere umano dalla nascita alla fine della sua avventura esistenziale. Sarà Bowlby a parlare di base sicura (1988), individuandone gli aspetti clinici e studiandola statisticamente in grossi campioni sperimentali di bambini e di casi clinici, fino ad elaborare anche per gli esseri umani una teoria dell’attaccamento. Analogamente in ambito psicologico analitico sarà Neumann ad occuparsi della sicurezza studiando l’archetipo del femminile elementare che, se positivo in termini di base sicura, assicurerà l’avvento del femminile trasformatore (Neumann,1956), orientato all’esplorazione e alla crescita psicologica dell’individuo dall’infanzia fino alla vecchiaia. Nell’ambito clinico sarà R. Langs ad occuparsi delle condizioni di setting che producono una cornice di lavoro sicura (1988).
  19. Con la formulazione del concetto di “rêverie” materna, Bion descrive una relazione in cui la madre accoglie “dentro” di sé, attraverso l’identificazione proiettiva del neonato, esperienze sensoriali, emozioni, disagi fisici disorganizzanti e inelaborabili, e glieli restituisce arricchiti di senso, tramite ciò che Bion definisce “funzione alfa”, la capacità della madre di elaborare l’esperienza emotiva per trasformarla in elementi utilizzabili per il pensiero ed il sogno (elementi alfa). In tal caso, non c’è perdita di parti del sé. Al contrario, ciò che il neonato reintroietta, non sarà solo la propria originaria esperienza “digerita” dalla mente materna, ma l’esperienza della relazione amorevole creativa con un oggetto recettivo, e capace di elaborazione emotiva: è identificandosi in questa esperienza interpersonale creativa che il neonato apprende, a propria volta, a pensare (Bion, 1962)
  20. Bion designa la Realtà Ultima come O, il “Vuoto ed Informe infinito”, l’ignoto, l’inconoscibile, che può essere attinto solo da un atteggiamento di fede. Scrive l’autore: “La disciplina che io propongo all’analista, cioè la disciplina consistente nell’evitare la memoria e il desiderio, nel senso che ho attribuito a questi termini, aumenta la sua capacità di esercitare “atti di fede”. L’”atto di fede” è peculiare al procedere scientifico e non va confuso con il significato religioso con cui viene investito nella conversazione comune”(ibid.,p. 50)8
  21. (…cominciò a sentire paura e angoscia. Disse ai suoi discepoli: “La mia anima è triste fino alla morte. poi andato un poco innanzi, cadde a terra (Vangelo: Marco, 14,34), cadde faccia a terra (Vangelo: Matteo, 26,39) pregava :…Abba! Padre!…allontana da me questo calice (Vangelo: Marco, 14,35), e poi , rivolto ai discepoli : pregate per non entrare in tentazione”(Vangelo: Luca, 22,46).
  22. Alla base di questa scissione narcotizzante possiamo trovare forse anche la fuga dall’angoscia di morte nella promessa di Cristo di resurrezione del corpo, (n.d.a.,Qui non è più l’uomo che parla , ma il figlio di Dio ) :“…Ma , dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea…[Vangelo: Matteo,26,32] Moltissimi cristiani, del tutto in buona fede, si rifugiano in questa promessa di resurrezione solo per bandire dalla propria coscienza tutto il dramma personale di fronte alla propria morte, tragedia a cui persino Gesù, però, non si è sottratto. Ad esempio un caregiver può essere indotto a confortare il paziente a prognosi infausta con la prospettiva della resurrezione, ma evitando in questo modo l’adeguato coinvolgimento profondo e drammatico che invece la situazione richiede.

 

 

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